L'analisi/15 marzo: dubbi M5s sulla Camera, Salvini pensa tanto al voto ma c'è il Quirinale

La preoccupazione di Di Maio è che Montecitorio vada al leghista Giorgetti

Fabrizio Finzi ROMA

I Cinque stelle hanno avviato le "consultazioni" per cercare un accordo sui presidenti di Camera e Senato. Ma è Matteo Salvini che ha preso in mano le redini del gioco: da un lato si muove garantendo che il suo obiettivo è formare un Governo di centrodestra dall'altro parla con Luigi Di Maio e cerca di tenere a bada Silvio Berlusconi che sembra proprio non fidarsi. Il collante della strategia leghista è il continuo ventilare un ritorno al voto in tempi rapidissimi. Strategia questa tenuta sotto stretto controllo dal Quirinale. Oggi la formazione di un esecutivo sembra lontanissima: si è iniziato a parlare delle presidenze delle Assemblee e non sarà facile trovare la quadratura del cerchio.

I Cinque stelle hanno chiesto la Camera ma forse la vera preoccupazione è che la guida di Montecitorio possa andare al leghista Giancarlo Giorgetti, non a caso soprannominato il Gianni Letta della Lega. Uomo silenzioso e dialogante, molto - troppo per alcuni - con il Pd. E metterlo lassù, terza carica dello Stato, innesca retropensieri che portano a un governo a trazione leghista con l'appoggio Dem. Meglio essere prudenti, ragiona l'M5s. Paure e sospetti comunque non frenano il dialogo che è stato avviato. Tutte le forze politiche hanno concordato sul metodo imposto da Di Maio e Salvini: si lavora solo sulle presidenze delle Camere. Al Governo ci si penserà dopo.

Ma mentre il Pd resta defilato pur partecipando alla girandola di incontri, si nota come il centrodestra si presenti alla spicciolata dando un'immagine plastica delle difficoltà interne. Oggi è stata Giorgia Meloni ad escludere un accordo con l'M5s, confermando così che questa ipotesi resta forte sul campo. Anche se Carlo Calenda fa sapere che il vero leader è Paolo Gentiloni, i Dem sono costretti a restare alla finestra ben sapendo però di essere numericamente il secondo partito dello scacchiere. Infatti quando le trattative prendono corpo si tende a dimenticare l'importanza dei numeri.

Cosa che non accade al Quirinale. Sergio Mattarella aspetta maturazioni, dando campo ai partiti ben sapendo che in questa fase non ci sono molti elementi da prendere sul serio. In questi tre anni ha mostrato linearità di pensiero e pochissima voglia di protagonismo. Non deve stupire quindi che resti fermo su due concetti: fare di tutto - ma non forzature - per tentare di dare un esecutivo al Paese; governerà chi gli dimostrerà di avere il 50 per cento più uno dei voti. Ovvio che un ritorno al voto certifichi una profonda crisi politico-istituzionale. Ma il dovere di un presidente è dare un Governo al Paese.

Allora il quesito è inevitabile: cosa succederebbe se Salvini e Di Maio si accordassero - come ha ripetuto anche oggi il segretario della Lega - per un Governo a eutanasia programmata solo per modificare il Rosatellum con un forte premio di maggioranza? Semplice la risposta: nuove consultazioni per verificare se esiste un'altra maggioranza - e ad oggi ne esistono di diverse - e solo in caso di fallimento nuove elezioni.

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