Delrio: 'Rinvio ius soli atto di paura grave'

Martina: 'Non è addio, approfondiremo tema. Valuteremo condizioni al Senato prima di sessione di bilancio'

ll rinvio della legge sullo ius soli al Senato è "un atto di paura grave". Graziano Delrio rompe il fronte della maggioranza, incalza sulla legge sulla cittadinanza e tocca un nervo scoperto nel Pd. Con parole che fanno irritare non poco i senatori Dem e chi, nel governo, si sta adoperando per costruire una difficile maggioranza, superando le resistenze di Ap. Tanto che interviene Matteo Renzi, con una nota del Nazareno, per precisare che "la posizione del Pd è in piena sintonia" con quella del premier Paolo Gentiloni. Dopo aver espresso il suo "rammarico" ieri, Delrio torna a incalzare sullo ius soli in un'intervista all'emittente cattolica Tv2000. "Non dobbiamo farci dominare dalla paura, nessun male ci può venire dal riconoscere i diritti di ragazzi che sono già italiani", dice il ministro, che in estate aveva espresso dubbi sulla linea dura di Minniti sui migranti. Delrio aggiunge che a dare "speranza" è il lavoro che sta facendo Luigi Zanda per "costruire le condizioni per i voti in Senato". Ma le sue parole irritano non poco i senatori Dem. Portare il testo, osteggiato dalle destre, "in Aula in questi giorni avrebbe significato affossarlo perché non c'erano i numeri", scrivono in una nota i senatori renziani Andrea Marcucci e Franco Mirabelli.

Il nuovo stop, nell'aria da giorni, è stato deciso nella conferenza dei capigruppo, la prima dopo la pausa estiva. Nonostante l'insistenza della sinistra, il Pd ha deciso di non portare al voto dell'aula lo ius soli, già rinviato a luglio davanti alla levata di scudi dei centristi.

I PROVVEDIMENTI DELL'AUTUNNO CALDO ALLE CAMERE

La via per approvare la legge è molto stretta: al netto della legge di bilancio, è il conteggio che si fa negli uffici Dem, restano una trentina di giorni di lavori d'Aula da qui a fine legislatura. E se è vero che la sinistra tutta, inclusi Mdp e SI, spinge per la legge, senza Ap non c'è maggioranza possibile. E con l'avvicinarsi delle elezioni e i sondaggi che rivelano l'impopolarità della legge, le resistenze - emerse anche tra gli amministratori Dem - crescono. Renzi detta la linea dell'unità e schiera il Pd al fianco del tentativo che il premier Gentiloni sta portando avanti per varare la legge. Ma Mdp, con Federico Fornaro, accusa i Dem di fare solo "manfrine". E Massimo D'Alema definisce lo stop al testo un "errore enorme" per la sicurezza. Intanto alla Camera è in salita il cammino della legge elettorale. Il testo viene tenuto nel calendario d'Aula per il 30 settembre. Ma con la clausola "ove concluso" l'iter in commissione. Ed è qui il problema. Perché al netto della disponibilità dei partiti a votare il sistema tedesco, un'intesa politica per andare avanti non c'è. E bisogna ancora risolvere il nodo della norma sui collegi del Trentino Alto Adige votata prima dell'estate e immodificabile: se resta, l'Svp minaccia di togliere il sostegno al governo e farlo cadere. Sul punto Renato Brunetta propone un "lodo" (la norma entri in vigore tra due legislature) e la presidente Laura Boldrini si riserva valutazioni (incluso, secondo qualcuno, l'ipotesi di ripartire da zero). Ma lo stallo è politico. Anche perché il M5s condiziona il suo ok alla legge sui vitalizi. E Renzi ribadisce che senza il sì di tutti, incluso M5s, non si va avanti. Nel Pd continua il pressing della minoranza, che sabato in un'iniziativa con Pisapia e Calenda lancerà una proposta di legge con premio alla coalizione: Andrea Orlando salda sul tema un asse con Dario Franceschini. Ma in realtà, denuncia Pier Luigi Bersani, c'è un "accordo" tra Renzi e Alfano per non fare niente. E allora, se ius soli e legge elettorale saltano, i voti di Mdp - avverte Alfredo D'Attorre - "non saranno scontati su Def e legge di bilancio". Ma la linea dura crea qualche attrito con gli uomini vicini a Giuliano Pisapia: l'ex sindaco ha un mandato a trattare, quindi niente no pregiudiziali sulla manovra.

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