• Lavoro, la battaglia sull'articolo 18, Cgil a Renzi: 'Basta insulti'

Lavoro, la battaglia sull'articolo 18, Cgil a Renzi: 'Basta insulti'

Camusso: 'Mandare tutti in serie B non è estendere i diritti'

Il giorno dopo lo scontro frontale tra Matteo Renzi e Susanna Camusso sull'articolo 18, la Cgil invita il premier a parlare ma mentre si cerca di ricucire su un fronte si apre una spaccatura nel sindacato. La sinistra del Pd intanto lavora agli emendamenti da presentare alla delega. Il governo da parte sua conferma la disponibilità a mettere risorse sugli ammortizzatori, definendo così i contorni di una possibile mediazione. Diverse sono le aree su cui il confronto potrebbe concentrasi e c'è anche chi nel Pd, come la senatrice Maria Grazia Gatti, parla di "incentivi fiscali" per il favorire il passaggio da un'assunzione con tutele sospese a quella con salvaguardie complete. Nel frattempo l'invito al dialogo arriva tra le righe, o meglio tra i caratteri, di un tweet siglato dalla Cgil: "Basta insulti al sindacato: guardiamoci negli occhi e discutiamone". L'organizzazione guidata da Camusso sceglie così la stessa via del social network per replicare al premier Matteo Renzi e alle accuse di chi definisce le lotte del sindacato come battaglie del passato. In mattinata la Cgil conia un nuovo hashtag, #fattinonideologia e il riferimento è proprio alle parole di Renzi che ha accusato i sindacati di schierarsi a difesa delle ideologie e non dei problemi concreti della gente. Ma la Cgil è sola nel contrattacco, con la Cisl che si smarca.

Il seguito al botta e risposta di venerdì si concretizza in una raffica di messaggi targati Cgil su Jobs act e in particolare sull'articolo 18: "Mandare tutti in serie B non è estendere i diritti e le tutele", "Non vogliamo che chi lavora possa essere licenziato senza una ragione". Tuttavia le crepe sul fronte sindacale sono evidenti. A rompere è il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonnani: "Camusso ha sbagliato, un sindacalista non si deve mettere nei meccanismi di partito. Questa storia ci sta portando alla rovina". Di altro parere è la leader della Cgil, per Camusso è Renzi che "sbaglia" a non mostrarsi favorevole al dialogo, esibendosi solo "atti di forza".

Quanto alla Uil, Luigi Angeletti ribadisce: "Questa sorta di duello rusticano tra Renzi e la Cgil ci sta veramente stufando, Renzi scenda dalla cattedra e parliamo". La spaccatura arriva proprio quando i leader di Cgil, Cisl e Uil si dovrebbero preparare ad incontrarsi per mettere a punto un percorso unitario di mobilitazione. Un'impresa che dopo l'uscita di Bonanni sembra ancora più difficile, anche perché il numero uno della Cisl ha chiarito come non ci sia alcuna intenzione di indire uno sciopero. D'altra parte la 'pietra dello scandalo' è il Jobs act e la possibilità di aggirare l'articolo 18. La minoranza del Partito democratico sta studiano un pacchetto di emendamenti da presentare la prossima settimana in Aula a Palazzo Madama sui nodi più importanti. Il deputato del Pd, Stefano Fassina, conferma che si tratta di "4 o 5" punti: "Eliminare la giungla di contratti precari; individuare le risorse per allargare le indennità di disoccupazione ai lavoratori precari; chiarire che per il licenziamento per giustificato motivo si applica il modello tedesco; limitare il demansionamento e prevedere il coinvolgimento delle parti sociali".

Quanto alle voci su nuovi fondi per gli ammortizzatori, da inserire già nella Legge di Stabilità, Fassina avverte: "Temo che i due miliardi di cui parlerebbe il Governo non siano aggiuntivi, ma siano le risorse già previste per la cassa integrazione in deroga. Se fosse così sarebbe una beffa". Tuttavia il ministro della Pa, Marianna Madia, sugli ammortizzatori assicura: "Il governo metterà risorse" e dà garanzie sulla tenuta all'interno del Pd: "non ci saranno fratture" quando discuteremo in Direzione", fissata per il 29 settembre, data su cui sono puntati i riflettori. Sono quindi giorni di scontro ma anche di mediazione, in cui tutti gli avversari mostrano i muscoli. I margini per un accordo, secondo fonti vicine alle trattative, possono nascondersi nelle pieghe del provvedimento, dalle nuove risorse per l'indennità di disoccupazione alla durata della prova, da stabilire nel contratto a tutele crescenti, prima di potere agganciare le salvaguardie complete.

Il tempo di transizione indicato da più parti è di tre anni, ma, spiega la senatrice dem Gatti "il problema non è allungare il periodo di prova". Ed evidenzia come potrebbero essere utili, per favorire la transizione alle tutele complete, degli "incentivi di tipo fiscale". D'altra parte il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi, sottolinea: ''La soluzione migliore è un contratto a tempo indeterminato che sia conveniente per le imprese e i lavoratori''. Tornando alla durata della prova, anche per il presidente della Commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano (Pd): "Si può discutere sulla durata di questa moratoria, purché alla fine l'attuale normativa dell'articolo 18 torni ad agire per i nuovi assunti", intanto fa notare, saremmo arrivati al 2018. Sul punto, il sottosegretario Graziano Delrio taglia corto: "Non ridurremo alcun diritto", ma saranno superati "vecchi tabù".

Il video di Matteo Renzi su YouTube

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