>ANSA-LA-STORIA/Medici a domicilio,12 ore, addosso 19 strati

'Virus uccide superbia. Chi protesta abbia civiltà'

di Luca Prosperi (ANSA) - PESCARA, 27 OTT - "Niente nelle nostre vite sarà più come prima: in sei mesi, da marzo, da quando è partita questa esperienza Usca e hai conosciuto le 50 sfumature cattive dei virus l'impatto sull'esperienza socioprofessionale è incommensurabile, persino rispetto all'esperienza clinica".
    Barbara Poltrone, 34 anni da Giulianova, medico a domicilio anti-Covid della squadra di Silvi-Pineto-Atri, è una dei circa 100 medici in servizio in Abruzzo per l'assistenza domiciliare ai malati della pandemia, una esperienza di medicina sul territorio che sta funzionando tanto che la Asl di Teramo sta pensando di stabilizzare questi giovani.
    "Ogni giorno turni da 12 ore, dalle 8 alle 20. Mezzora per vestirsi: 19 indumenti uno dietro l'altro. Biancheria, tutina da chirurgo, calzini alti, zoccoli, calzari alti, guanti, tutina tnt, guanti, cuffia, scafandro, tuta Tyvek, guanti, mascherina Ffp2, cappuccio, visiera, guanti, calzari piccoli, camice, guanti. Ogni visita cambi camice e il sesto paio di guantini.
    Vivi 12 ore con 6 paia di guanti da chirurgo addosso: "Impossibile avere freddo, prima cosa che fai quando smonti è una doccia…". Il tutto compreso tra insulti, accuse di inutilità, offerte impossibili di caffè, occhiali che si appannano.
    "Ci siamo fatti il 50% del mestiere perché il Covid ha ucciso la residua superbia che poteva restare in noi, e ci ha costretti ad essere umili, a chiudere aiuto e consigli a tutti quelli che, medici di base, specialisti, pediatri, potevano aiutarci a capire. Ecco perché quando vedo gli incidenti di questi giorni un po' mi ribello: noi siamo riusciti a conquistare la fiducia dei pazienti, per curarli abbiamo smosso le loro coscienze - stai a casa, curati, non fare fesserie - e con ottimo riscontro perché ogni nostro atto ha valenza pubblica e quindi io a chi protesta direi questo: non si può pensare al proprio orto, siate civili, da soli non ce la facciamo, il virus colpisce i più fragili e ve lo diciamo noi che magari in una casa ci sono 5 positivi e 4 asintomatici ma magari c'è un tetraplegico, un malato di tumore, un neonato e quello passa i guai. Chiuderci? Tutti gli altri strumenti hanno fallito, queste misure sono parte integrante dell'unità sociale del nostro Paese". "Oggi guardando i numeri è peggio che a marzo: ma allora la gente era disperata, nessuno la ascoltava, non si sapeva cosa fare. Poi siamo arrivati noi, qui la mia Usca di 5 medici ha curato 200 pazienti", che sono poi la capienza dell'ospedale covid di Pescara: quanto abbiamo fatto risparmiare alla collettività, dice in sostanza la dottoressa Poltrone. "A marzo quando arrivavamo nelle case c'era paura, ora noi tutti bardati ci accolgono senza problemi. A marzo l'infezione arrivava negli ospedali, ora si ferma di più fuori". Poi un giorno questa pandemia finirà. "Certo, ma noi medici 'di strada' ci stiamo chiedendo come sarà la nostra 'normalità', ci chiediamo scherzando se non dovessimo anche noi pensare di andare in terapia, perché dalle Marche alla Lombardia molti di noi siamo consapevoli che questa esperianza ci ha dato forza e fragilità - ammette la dottoressa - e abbiamo la paura di essere dimenticati. Passata la guerra i soldati li manderanno a casa e ci faranno diventare dei semplici reduci? Perché a noi farà piacere finire nei libri di storia, ma sarebbe il caso che ci mettessero anche nei libri paga. Le istituzioni insomma non si dimentichino dei piccoli soldati medici che stanno combattendo il covid casa per casa". (ANSA).
   

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