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Avati, torno al Diavolo della mia infanzia

Master class del regista tra amarcord e nostalgia

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(Di Francesco Gallo)

BARI - Pupi Avati torna ai demoni del passato con 'Il signor Diavolo'. È quello che ha annunciato il regista in una master-class stamani al Bif&st divisa tra Amarcord e nostalgia. "Sto ai titoli di coda della mia vita e ho così voglia di tornare alla nostalgia del cinema con cui ho cominciato a misurarmi da bambino, con quel mondo fantastico. Torno alle cose che mi spaventavano, quando credevo ci fosse il male assoluto, in quell'atmosfera pre-conciliare dell'Italia anni Cinquanta dove i bambini erano immersi tra paura e sacralità". Nel film, che si girerà a Grado ed è tratto dal suo omonimo libro in pubblicazione per Guanda, siamo negli anni '50, a ridosso dell'alluvione del Polesine. I protagonisti sono due ragazzini quattordicenni che vivono ancora un tipo di religiosità ancestrale. Uno dei due muore di malaria ma la gente si convince che sia perché ha fatto cadere l'ostia e l'ha pestata. L'altro non si rassegna di aver perso l'amico del cuore e fa di tutto per contattare un essere deforme che si pensa abbia rapporti col demonio. Ma da Pupi Avati che torna con questo film alle atmosfere gotiche degli inizi del suo cinema, da Balsamus - L'uomo di Satana a La casa dalle finestre che ridono, tanti ricordi e voglia di raccontarsi a Bari. Ecco per voci il Pupi Avati pensiero al Bif&st. - IO RAGAZZO DI PROVINCIA - "Ero un ragazzo di provincia degli anni Cinquanta non bello, non ricco, non simpatico, timido, complessato, e in più mi piacevamo solo le donne belle e vivevo poi a Bologna dove c'erano le donne più brutte d'Italia". - IL CLARINETTO E LUCIO DALLA - "Per fatto che fossi un ragazzo con tutti questi problemi, volevo come essere risarcito dalla vita, che qualcuno si accorga di te, soprattutto le ragazze. Mi metto a suonare il clarinetto e divento bravo. Mi sento una persona realizzata ed entro nell'orchestra dell'Università di Bologna che faceva concerti in tutto il mondo. Tutto bene. A un certo punto mi ritrovo ad ascoltare un ragazzino piccolo e insignificante. All'inizio gli dò dei consigli, mi sento grande, superiore. Ma dopo un pò lui si mette a fare degli assoli straordinari con il clarinetto e capisco che quel Lucio aveva rubato il mio sogno. Io non esistevo più. Penso così di farmi una famiglia tradizionale, con tanto di figli, e chiuderla lì, ma solo dopo scopro il cinema". CINEMA ITALIANO - "Il nostro cinema si sta affossando. Non è più la solita crisi ricorrente, ma questa volta definitiva. La gente non va più al cinema e se ci va non va a vedere certo il nostro cinema, ma quello americano. Il cinema d'autore ormai non esiste più, c'è solo cinema giovanilista, inutile. Bisogna così riconsiderare, ora più che mai, il film di genere". VITTORIO DE SICA - "Incontro Vittorio De Sica che doveva realizzare un film sulla vita di Rodolfo Valentino interpretato da Nureyev prodotto da Sandro Bolchi. Mi chiede di fare l'aiuto regista, la cosa mi lusingava. Era un uomo di grandissimo fascino. Lo avvicinai così con timidezza. Mi chiese solo una cosa: ma lei di dove è? Risposi di Bologna. E lui a me: "allora va benissimo". Non mi chiese altro". FEDERICO FELLINI - "Debbo a lui se ho scelto questa professione. È Fellini che ha fatto il film più straordinario di tutti i tempi : 'Otto e mezzo'. Basta vedere questo film e Il posto delle fragole di Bergman e si è visto tutto. Ero innamorato di lui, gli avevo scritto mille lettere. Mi ricordo quando andai a vedere una copia lavoro de 'La voce della luna', suo ultimo lavoro, in una saletta privata di Via Margutta insieme a Giulietta Masina e altre persone. Lui andò subito via, ma ogni tanto citofonava in sala alla Masina per sapere come era l'accoglienza. Lo ha fatto due o tre volte. A riprova di quanta dipendenza psicologica avesse ancora Federico Fellini dagli altri anche alla fine della sua straordinaria carriera".

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