'Un bluff l'accordo del G20, Trump vuole scardinare investimenti in Cina'

Richieste impossibili a Pechino, verso un'estensione delle trattative

La cena fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping a Buenos Aires non ha affatto scongiurato la 'guerra commerciale'. E più che i comunicati rassicuranti successivi al G20, peraltro raccontati in maniera totalmente diversa nei due Paesi che fino a ieri hanno minacciato un'escalation reciproca di dazi, hanno probabilmente ragione le Borse, con New York che oggi va a picco dopo che gli investitori si sono accorti che il 'deal' di Buenos Aires non è affatto un deal.

I nodi - racconta Alberto Forchielli, economista esperto di commercio internazionale e partner fondatore del fondo Mandarin Capital Partners - restano tutti. E verranno presto al pettine. Basta guardare la catena di tweet che oggi Trump ha lanciato per delinare cosa succederà: l'estensione di tre mesi per chiudere l'accordo non basterà, visto che le richieste degli Usa per non lanciare un'offensiva di dazi al 25% su 200 miliardi di dollari di import dalla Cina sono irricevibili per Pechino. Trump, oggi autodefinitosi "Uomo dei dazi" riecheggiando il suo predecessore di fine Ottocento William McKinley, ha evocato un' "estensione".

Ma più che una resa al negoziato, l'affermazione che rivela la sua vera strategia: allungare a dismisura una trattativa interminabile che fa male alla Cina, crea incertezza, blocca gli investimenti esteri (anche americani) verso quel Paese. Porta avanti l'obiettivo reale, colpire gli investimenti, appunto, spezzare la catena globale del valore che ruota attorno agli stabilimenti disseminati in Cina portando aziende in Vietnam, o in Messico, o riportandole a casa, negli Usa.

"Tra novanta giorni Trump si porrà il problema se raggiungere un accordo, e dovrà scegliere male minore. Se accetta, sarà crocefisso dai democratici e una parte consistente dei repubblicani. Se non accetta dovrà rassegnarsi a dare una 'botta' ai mercati. La partita si gioca lì. Deve ancora valutare se vuole andare alle elezioni con un mercato che prende una botta o con la accusa di essere stato una tigre di carta".

I mercati hanno capito la realtà delle cose, con New York oggi andata a picco del 3%. Una reazione pericolosa, che potrebbe nuocere gravemente a una crescita economica che si sta facendo fragile e con cui Trump, se vuol essere rieletto, deve fare i conti. ma è chiaro che "in novanta giorni è impossibile chiudere", spiega Forchielli. Le richieste americane equivalgono "a una resa incondizionata della Cina", che non ci sarà. D'altra parte Trump, se non vuole giocarsi deifnitivamente la rielezione, deve fare i conti con un Partito democratico pronto a impallinarlo se sarà troppo morbido su una battaglia, quella dei dazi, di cui ha fatto il proprio cavallo di battaglia. "I Dem non perdoneranno niente a Trump, nel senso che dovrà essere all'altezza delle richieste che fece alla Cina".

Ecco delinearsi la strategia per uscire da un simile cul de sac, in barba alle dichiarazioni del G20. "Lo scenario più probabile è che fra tre mesi gli obiettivi non saranno raggiunti e ci sarà un'estensione. Ma è lo scenario tutto sommato migliore per Trump: non lo costringe ad applicare i dazi che farebbero crollare la Borsa colpendo l'economia americana e minando le sue chance di rielezione. Allo stesso tempo, nessuno potrebbe dire che 'la montagna ha partorito un topolino', che Trump è una tigre di carta. Continuerebbe il progetto di spaccare la 'supply chain' globale. La Cina uscirebbe come vittime principale di un mancato accordo, gli Usa risentirebbero di un minor beneficio all'export agricolo, molto meno per quanto riguarda gli altri vantaggi di un accordo più a lungo termine, come l'export di gas che richiede anni per essere realizzato. 

Sullo sfondo, i termini di un accordo - scritto dal 'Trade Representative', il falco Bob Lighthizer - che pare fatto apposta per essere rigettato da Pechino. 

*Chiedere la protezione delle violazioni di proprietà intellettuale è di grande importanza, ma di difficilissima realizzazione", ragiona Forchielli. E più che l'azzeramento dei dazi cinesi sulle auto Usa, che Pechino minaccia di portare al 40%, gli obiettivi Usa sono altri: un cambiamento alla politica industriale, a partire dai sussidi governativi, dal sostegno alle imprese pubbliche, dalle barriere cinesi all'import non tariffarie. Una svolta sugli investimenti reciproci, con più facilità per quelli Usa in Cina. Uno stop ai "trasferimenti forzati di tecnologia" e alle violazioni di proprietà intellettuale, che per gli Usa sfociano nello spionaggio industriale e spesso passano attraverso l'accesso degli studenti cinesi alle università americane, che a Pechino sta molto a cuore e dove Trump promette di giocare durissimo. 

E per finire, ciò che assomiglierebbe a un "8 settembre" cinese, una resa: la Cina dovrebbe "far cadere tutte le azioni al Wto e impegnarsi a non farne altre. La facoltà che gli americani possano imporre dazi se la cina non ottempera alle altre richieste, e senza che cinesi possano rispondere con altri dazi".

Richieste impossibili, sulle quali il rispettivo 'spin' dei comunicati ufficiali è spesso divergente. E' la tattica di Trump per prolungare un'incertezza calcolata che, nel disegno della Casa Bianca, farà molto più male alla Cina. Wall Street permettendo. 

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