Infibulazione per tutte le donne, Siria choc. Ma e' giallo

Un falso redatto in modo approssimativo: così appare a molti il "decreto"

Tutte le donne dello Stato islamico (Isis) vanno sottoposte a una mutilazione genitale per impedire la diffusione del peccato. E' scritto in un decreto del "Califfo" Abu Bakr al Baghdadi che in un battibaleno ha fatto il giro di siti e social network. Un falso redatto in modo approssimativo: così appare a molti il "decreto", che imporrebbe atroci mutilazioni genitali alle donne delle regioni irachene e siriane sotto il controllo del gruppo qaedista. Simili pratiche, commentano numerosi osservatori, non appartengono alla tradizione islamica e sono state più volte denunciate dalle autorità religiose dei Paesi musulmani. Il documento, che ha suscitato reazioni anche dal mondo politico e istituzionale italiano, presenta molte incongruenze: a partire dalla data, dal marchio del gruppo, dalle fonti citate e usate per legittimare in senso "islamico" la presunta decisione del "Califfo" Abu Bakr al Baghdadi. Quest'ultimo non viene inoltre citato, come solitamente avviene, con tutto il suo apparato di nome di origine, patronimico, appartenenza tribale, ma solo col suo nome acquisito di battaglia. Baghdadi è stato 'promosso' "Califfo" e "principe dei credenti" solo tre settimane fa. Eppure il "decreto", datato 21 luglio 2013, cita Baghdadi come "nostro signore principe dei credenti" e "califfo". L'anacronismo si fa ancor più evidente in altri elementi del testo.

Onu, 125 milioni donne vittime mutilazioni genitali. Sono oltre 125 milioni le ragazze e le donne viventi che, secondo l'Onu, hanno subito mutilazioni genitali nei 29 Paesi dell'Africa e del Medio Oriente dove questa pratica, condannata nel 2102 da una risoluzione del'Assemblea Generale, e' prevalente ed esistono dati per registrare il fenomeno. Se l'attuale trend dovesse continuare, è l'allarme lanciato di recente dalle Nazioni Unite, circa 86 milioni di bambine in tutto il mondo rischiano di subire qualche forma di infibulazione da qui al 2030. Un fenomeno difficile da arrestare, nonostante gli sforzi internazionali.

Ed è di oggi la notizia del 'decreto' emanato dall'autoproclamato "Califfo" Abu Bakr al Baghdadi, che impone che tutte le donne dello Stato islamico controllato dall'Isis, che si estende da Aleppo in Siria a Mosul in Iraq, debbano subire l'infibulazione. Oltre 100 milioni delle donne e bambine mutilate si trovano in 28 Paesi africani. Plan Italia, Onlus impegnata nella tutela dei diritti dell'infanzia, denuncia che in Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone e nel nord del Sudan, il fenomeno tocca quasi la totalità della popolazione femminile (più dell'80%). Tuttavia, non si tratta di un problema solo dei Paesi in via di Sviluppo. Solo in Italia si calcola che le vittime siano circa 40mila. E' il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila casi.

Secondo l'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), in Italia ogni anno ci sono 2.000-3.000 bambine a rischio di essere infibulate. Nella sola capitale, dal 1996 ad oggi, sono state curate oltre 10mila donne immigrate vittime di questa pratica. Nel nostro Paese, la legge 7 del 9 gennaio 2006 vieta la mutilazione genitale femminile, punendo chi la pratica con pene fino a 12 anni di reclusione e, per il medico che ne fosse autore, con l'interdizione dalla professione. Secondo l'Inmp, in Italia ci sarebbero ancora alcuni medici e anziane donne delle comunità straniere che, a pagamento, praticano l'infibulazione, spesso senza anestesia e con strumenti non sterili. Per aggirare le misure previste dalla nostra normativa, inoltre, le bambine vengono spesso ricondotte nel paese d'origine per subire la procedura. In molti paesi europei, denunciano varie associazioni, le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica o in quelli che effettuano piercing e tatuaggi.

Dall'Egitto segnali contraddittori
Dall'Egitto, uno dei paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono più diffuse, giungono segnali contraddittori sul fenomeno, praticato da tempi antichissimi e bandito solo sei anni fa. Questo e' quanto emerge da varie fonti, rilanciate dai media nazionali nelle ultime settimane. Il sito egiziano dell'Unfpa, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, riferisce che - pur restando "comuni" - le mutilazioni genitali femminili stanno diminuendo nelle fasce di età più basse. Un'indagine demografica e sanitaria segnalava nel 2008 un miglioramento nell'arco dei due precedenti decenni. La responsabile di Alessandria dell'Associazione donne e svilupo (Wda), Aida Nour al-Din, a inizio mese ha segnalato però un "incremento" nelle zone rurali. Del reso in Egitto sembra esistere un vasto cono d'ombra: una fonte del direttorato alla Salute di Qena ha detto che è difficile avere dati accurati, in quanto la pratica delle mutilazioni e dell'infibulazione avviene illegalmente. La loro criminalizzazione risale solo al 2008 e il primo caso giudiziario è di questi mesi. Mervat Tallawy, la presidente del Consiglio nazionale per le donne, ha sostenuto che le mutilazioni genitali sono state favorite indirettamente dai Fratelli musulmani nel loro anno al potere tra il 2012 ed il 2013, anche se non sono previste dall'islam. Durante quel periodo, afferma Tallawy, le operazioni "venivano offerte gratis" e il Consiglio nazionale per le donne dovette chiedere l'intervento della polizia per fermare queste iniziative. Secondo Tallawy, durante l'anno di presidenza di Mohamed Morsi la gente "aveva l'impressione" che le autorità "avrebbero chiuso un occhio". Ora, conclude, serviranno "dai cinque ai dieci anni" per recuperare questo arretramento culturale.

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