Il Muro di Berlino cominciò a scricchiolare a Praga

Senza l'esodo dei tedeschi dell'est inell'ambasciata di Bonn non sarebbe crollato

(di Flaminia Bussotti) (ANSA) - BERLINO, 10 OTT - Il Muro e' caduto 25 anni fa a Berlino, ma ha cominciato a scricchiolare a Praga: senza l'esodo dei tedeschi dell'est nell'ambasciata di Bonn, sarebbe forse ancora in piedi. Le prime crepe erano apparse prima, in Polonia, e poi lungo il 'confine verde' fra Austria e Ungheria. Grandi picconatori furono Lech Walesa, Papa Giovanni II e Mikhail Gorbaciov, ma Praga fu decisiva. Attraverso l'allora Cecoslovacchia, dove i cittadini della Ddr potevano viaggiare senza visto, decine di migliaia di tedeschi dell'est riparavano nell'ambasciata della Repubblica federale sperando di proseguire a ovest. Settimane prima di quella fatidica notte del 9 novembre 1989, quando fu abbattuto a Berlino, il Muro si sgretolò a Praga: al 19 di Vlasska, nel Palais Lobkowicz, un palazzo barocco sede dell'ambasciata tedesca. L'afflusso di migliaia di tedeschi dell'est non aveva fine: la situazione, anche sanitaria, a fine settembre era drammatica. 4.000, 5.000 profughi accampati in ogni millimetro dell'ambasciata. Tende, brande, servizi igienici, tutto al collasso. Ore di fila per i bagni, i pasti, l'incertezza del futuro, il passato sbarrato alle spalle. Alle 19.00 del 30 settembre, lo storica frase di Hans-Dietrich Genscher, il ministro degli esteri di Bonn, dal balcone dell'ambasciata: "Sono venuto per informarvi che oggi il vostro viaggio... ". E' la mezza frase più famosa della storia tedesca, "il momento più importante della mia carriera" ricorda oggi l'87 l'ex ministro degli esteri. Che "...il vostro viaggio può continuare", proseguiva la frase coperta dalle grida di giubilo dei rifugiati. Da allora cominciarono i convogli di treni verso ovest.
    Decine di migliaia di tedeschi dell'est furono trasportati a ovest. L'addetto stampa era un diplomatico che avrebbe fatto molta strada: Michael Steiner, futuro consigliere del cancelliere Gerhard Schroeder e poi ambasciatore in importanti sedi fra cui Roma. In quei giorni Praga era per i giornalisti il centro del mondo: i grandi inviati americani erano tutti li'. A rileggere negli archivi ANSA le cronache di quei giorni corre un brivido: era l'autunno rivoluzionario dell'Est Europa, incruento e pacifico. Dal 17 novembre per otto giorni, è un susseguirsi di dimostrazioni di massa in Piazza Venceslao (fino a 300.000 persone), che piegarono il regime comunista, un "museo dello stalinismo" nel cuore dell'Europa, come lo definì il dissidente Jan Urban. Il 24 fu chiaro che tutto era finito. Alexander Dubcek, l'eroe della Primavera di Praga stroncata nel sangue dai carri armati sovietici nel '68, parla da un balcone sulla piazza, accanto a lui c'é Vaclav Havel, il grande drammaturgo diventato poi presidente. "Siete il mio popolo che oggi ha alzato la voce", disse Dubcek fra l'incredulità e le lacrime dei praghesi, prima di aggiungere: "portate il socialismo dal volto umano alle generazioni future, perche' deve durare ancora la tenebra? Vogliamo la luce". "Capitolazione del regime in piazza" fu uno dei titoli delle cronache ANSA di quei giorni. Quel che venne dopo e' storia.
    Havel venne eletto presidente, e per primi invitò il Dalai Lama e Papa Giovanni Paolo II. "La dimensione spirituale dovrebbe avere una parte sempre maggiore nella politica", spiegò in un'intervista all'ANSA il 19 aprile 1990. "Credo che questo mondo possa essere salvato" solo da persone "con un orizzonte sovrapersonale", disse in particolare il presidente dissidente e poeta. (ANSA).
   

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