Chiara Valerio, come vivere senza cuore

Un romanzo sui sentimenti e la forza delle relazioni

CHIARA VALERIO, ''IL CUORE NON SI VEDE'' (EINAUDI, pp. 150 - 17,50 euro).
    E' inquietante, ma assieme divertente e alla fine persino consolatorio questo romanzo un po' anche apologo di Chiara Valerio sui pericoli del chiudersi in se stessi, del difendersi dai sentimenti e l'importanza delle relazioni: "Qualsiasi relazione umana è, per la maggior parte del tempo, un improponibile baratto tra il terrore di restare soli e la gioia della condivisione, uno scambio iniquo tra il proprio tempo, che è poi il proprio modo di essere, e la natura umana, che è dividerlo con gli altri".
    Nella propria solitudine, ognuno può essere senza cuore ma può poi pure mancargli l'aria e non funzionare più bene il metabolismo biologico e sociale. Ed è quel che accade a Andrea Dileva, intellettuale e professore universitario di successo, che prima perde il cuore, poi i polmoni e quindi il fegato.
    Nonostante questo continua a vivere o sopravvivere come prima, barcamenandosi tra la moglie Laura, che voleva lasciarlo prima che avesse questa malattia che mangia gli uomini dall'interno e ora le sembra impossibile farlo, e l'amatissima amica (ma senza sesso) Carla col figlio Simone con cui supplisce al non aver lui avuto il coraggio di fare un figlio. Sopravvive con stupore anche della sua amica medico Angelica, che dopo essere stata con lui da giovane si scoprì lesbica, e ora verifica come quegli organi non si sentano e non si vedano più nemmeno con i raggi X, pur continuando a svolgere le proprie funzioni.
    La storia appare via via sempre più il ritratto di una generazione, quella degli amori e di una vita in cui tutto appare mobile, sempre incompleto, mai vissuto sino in fondo, giocando in bilico tra realtà e metafora, tra l'interrogarsi se certe sensazioni e ricordi continueranno ad esistere anche in quel suo essere menomato e arrivare a tentare il suicidio tagliandosi le vene, per scoprire che non avendo più il cuore a pompare, il sangue non esce. Ma quanto si può campare in una simile condizione? La scrittura procede cambiando spesso punto di vista, lavorando sui vari personaggi con racconti, discorsi indiretti, brevi dialoghi, incursioni nel passato e il tutto, più che divagazioni, pare un flusso vitale di arricchimenti, un non tralasciare uno spunto, inglobando ogni narrazione a 360 gradi, come crescendo per partenogenesi. Allora la dimensione da personale diventa multipla ed esistenziale, sempre come in attesa di una soluzione, senza scarti o colpi di scena in un modo di essere e vivere che si lascia molto condizionare e trasportare dagli eventi. Così, con qualche inserto filosofico e mitologico troppo insistito (Andrea è docente di Greco) e con belle, non sottolineate notazioni sottili sul maschile e il femminile, pian piano le cose si rivelano e a esplicitarle è la sorella minore del protagonista, Cristina, per la quale ognuno, ogni individuo è parte di un organismo più grande, famigliare e sociale: "il corpo malato non è che una cellula, o un organo se preferisci, di un corpo relazionale più esteso, e dunque, se si ammala, le altre parti di questo corpo corrono in soccorso" e poi conclude, incalzata da Andrea, "con tutto il sangue in comune che abbiamo io sono il tuo fegato". Insomma, la verità è che chi si apre agli altri, chi ha relazioni sentimentali e di amicizia solide guarisce prima, sopravvive meglio, persino se il cuore non si vede. (ANSA).
   

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