The Prisoner, il nuovo e mitico Peter Brook

Essenziale spettacolo di vibrante umanità e poesia

Uno spettacolo, come sempre quelli di Peter Brook, assolutamente asciutto e essenziale, scarnificato si potrebbe dire, senza però che vadano persi sostanza e gusto della carne, perché anzi è sapore e senso che risultano esaltati in questo 'The prisoner', in prima italiana per il RomaEuropa Festival al Vittoria, dove si replica sino a sabato 20 ottobre.

E' un avvenimento ogni nuova regia di questo grande vecchio del teatro che ha oggi 93 anni e conserva una freschezza e forza creativa incredibili, lavorando e firmando ormai in coppia con la sua ex fedele assistente Marie-Helène Estienne, autrice dei testi. Brook utilizza un gruppo di attori sempre eccezionali di varie nazionalità (qui Hiran Abeysekera, Hayley Carmichael, Hervé Goffings, Omar Silva, Kalieswari Srinivasan), selezionati non con audizioni, ma dopo un lavoro di gruppo, in cui si verificano anche la forza e l'universalità dei temi che si vogliono trattare. In questo caso l'incesto e la punizione, propri di quasi tutte le culture e con dietro l'ombra di un classico quasi archetipo, Edipo. Archetipo è del resto qualcosa che ben definisce quel che arriva in scena, con una sua aura mitica, una forza poetica senza alcuna sbavatura.

Lo spazio è quasi vuoto, landa desolata, solo qualche sasso e rami secchi, a contrasto con i ricordi iniziali di una donna, una straniera in viaggio in questo desertico paese mediorientale che potrebbe essere l'Afghanistan, la quale da giovane, tra verdi siepi, alberi e erba alta, si sentiva "parte della natura". La storia è quella di Mavuso, un giovane che ha commesso "un delitto indicibile", ama la propria sorella Nadia e uccide il loro padre per gelosia, perché questi, dopo la morte della moglie, va a letto anche lui con la figlia, che resterà incinta non si sa di chi dei due. Lo zio Ezekiel diventa giudice di questa situazione, che è frutto di grande amore ma ha portato a un assassinio, e condanna Mavuso a restare seduto su una collina, davanti a una grande prigione, introiettando questa dentro se stesso e vivendo lì per anni, finché non se ne sarà interiormente liberato.

Durante questo volontario e punitivo eremitaggio Nadia lo va a trovare più volte per raccontargli dei suoi studi e della figlia, e lui la respinge ancora straziato, diviso tra amore e violenza, come rivela il suo affettuoso rapporto con un ratto del deserto che, quando questi vorrebbe andarsene, uccide irato e mangia. Il testo, le parole sono esplicative, propositive e anche quando avvengono in uno scambio tra persone non acquistano valore dialettico. Tutto viene appunto semplicemente messo in scena, con un sapiente uso delle luci, senza interpretazioni, rivelando nodi, interrogativi, umanità cui è lo spettatore a dover dare un senso. E sono spesso i corpi, gli sguardi, i volti, la fisicità a essere assolutamente espressivi, ad avere nella propria stilizzazione una incredibile forza, come quando Mavuso viene fisicamente punito dallo zio e il suo dolore arriva dritto, straziante, in platea. Il sentimento di grande, assoluta solitudine senza speranza dei protagonisti è espresso con vibrante, esemplare, coinvolgente sensibilità, assieme epico e introspettivo come sempre nei lavori di Brook e il suo umanissimo teatro antropologico, che ebbe il proprio culmine nel colossale affresco del 'Mahabharata' nel 1985. E alla fine si esce dal teatro in silenzio, stupefatti e pensierosi, confrontando le proprie sensazioni.

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