Muti Praemium Imperiale, cerco la verità nelle note

Vincitori anche Denevue, Alechinsky, Nakaya, De Portzamparc

''Nel mio mestiere si riparte ogni giorno. Cerchiamo di trovare la verità, che nessuno possiede, nel testo musicale come nella vita. Mozart diceva che la profondità si nasconde tra le note. Un universo inscrutabile. E allora per tutta la vita non possiamo che cercare l'acqua nella sabbia del deserto della nostra ignoranza''. E' nel pieno dei festeggiamenti per i 50 anni dal suo debutto sul podio al Maggio Musicale Fiorentino che a Riccardo Muti, ''Maestro tra i maestri'', interprete verdiano per eccellenza, una carriera sul podio delle orchestre più importanti del mondo, oggi alla Chicago Symphony, viene annunciato il 30/o Praemium Imperiale per la musica, il più alto riconoscimento al mondo nel campo della arti, al pari del Nobel per le Scienze, assegnato dalla Japan Art Association.

Rivelati in contemporanea a Londra, Parigi, Roma, Berlino, Tokyo e New York, anche gli altri premiati: il belga-francese Pierre Alechinsky, figura chiave dell'espressionismo europeo, per la pittura; la giapponese Fujiko Nakaya, ''artista della nebbia'', per la scultura; il francese Christian de Portzamparc per l'architettura, quasi un filosofo della professione; e la diva mondiale Catherine Denevue, per il cinema/teatro. La consegna, il 23 ottobre a Tokyo, con diploma, medaglia e 15 milioni di yen (115 mila euro circa) conferiti dal principe Hitachi. Borsa di studio alla Shakespeare School Foundation del Regno Unito.

''Sono tutti premi in qualche modo 'alla carriera', con grande attenzione per l'influenza che un artista può avere con le sue opere'', spiega il Consigliere internazionale Filippo Dini. ''Un grande onore, forse immeritato. Sono semplicemente un divulgatore della musica nel mondo'', ringrazia il Maestro Muti, 15/o italiano a ricevere l'Imperiale e nostro secondo direttore d'orchestra dopo Claudio Abbado, in collegamento da Firenze, dove questa sera dirigerà il Macbeth in concerto, proprio come 50 anni fa al Maggio. ''Fa un po' paura questo numero. Per scherzo dico che debuttai a 7 anni - sorride - Ripropongo il Macbeth sperando che quella che era la vulcanicità di un giovane non si trasformi oggi nelle rovine di Atene''. Per l'occasione, non si risparmia ai giornalisti. ''La musica? Non ha ostacoli - dice - Da tempo la porto nelle carceri, tra uomini, donne, ragazzi. Con atteggiamento non da Maestro, ma da uomo, li ho visti addentrarsi in un percorso a loro oscuro che si illumina lentamente davanti Shakespeare e Verdi. Il problema è la scuola. Sono 50 anni che combatto perché venga insegnato, non a intonare Fratelli d'Italia, ma a muoversi nella foresta dei suoni''.

Il repertorio italiano? ''Quest'anno abbiamo ricevuto più di 200 domande di giovani direttori per l'Italian Opera Academy. A loro - racconta - quasi in senso polemico insegniamo come è costruita un'opera italiana, per nulla inferiore al repertorio tedesco o austriaco. Quando si fa Verdi bisogna entrare nel mondo di un musicista che nasce dal popolo e per il popolo scrive. Come dicevano i Romani, con elementi semplici costruire grandi cose. Questo è il segreto della musica operistica italiana dell'800. Che non è terra di saccheggio per registi inconsapevoli, se non addirittura cretini''. E le donne nel rigido mondo dell'Opera? ''C'è una foto a Chicago della prima orchestra di fine '800: sono in 100, tutti uomini, 98 con la barba - risponde - Oggi fortunatamente ci sono molte donne, anche tante orientali. E' un un processo lento ma sono convinto che le donne possano dare un grande contributo alle Arti. Non sono d'accordo, però, quando sul podio si travestono da uomo, devono mantenere la propria femminilità. E anzi, eliminano quel machismo, il saltellare circense che spesso c'è nei direttori uomini: le donne vanno dritte al segno. In passato alcuni colleghi si sono espressi contrariamente, ma, si sa, gli idioti sono dappertutto''.

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