Una Boheme innovativa all'Opera di Roma

Allestimento contemporaneo di Ollè (Fura dels Baus) e Nanasi

Il pessimismo pucciniano di fondo, che si trova anche nella ''Boheme'', torna benissimo nel rappresentare disillusioni e fatica di vivere dei giovani d'oggi che si sentono senza futuro, specie se vengono da situazioni marginali e periferiche di una grande città, con cui, emblematicamente, la regia di Alex Ollé, una delle anime della Fura dels Baus, sostituisce le soffitte della Parigi inizio Novecento in questo suo allestimento, coprodotto col Regio di Torino, che arriva ora all'Opera di Roma, dove la sera della prima non ha ottenuto grande accoglienza nonostante le sue buone qualità musicali (si replica dieci volte sino al 24 giugno, con cast anche diversi).

Eppure questa scelta di ambientazione contemporanea ben torna con quel rappresentare la società nuova, urbana e borghese, tanto diversa da quella verdiana, che rende modernissimo Puccini di cui la ''Boheme'' è l'opera esemplare, dove gioca, forse più del romanzo ispiratore di Murger, la memoria del musicista dei suoi giovanili anni appunto bohemiene, con i suoi sentimenti leopardiani e nostalgie. La sua è una musica straordinariamente in bilico tra elementi tradizionali e slanci innovativi, varia per ricchezza di idee melodiche a motivi armonici, da qualcuno paragonata a un lavoro sonoro costruito come un mosaico, da cui deriva un linguaggio nobilissimo tra squarci di quotidiano e slanci canori, tra un quasi parlato e arie divenute celeberrime. Negli ultimi anni l'Opera di Roma ha sempre più puntato su regie e spettacolarità delle proposte liriche in un bell'equilibrio tra teatro e musica, che ha avuto il suo risultato migliore col recente, eccezionale ''Billy Budd'' di Britten con regia della Warner e scene di Michael Levine.

Anche per questa ''Boheme'' contano molto le belle scene di Alfons Flores, uno spaccato di grandi caseggiati popolari tutti finestre, che diventa visione di interni con l'appartamento di Rodolfo e la soffitta di Mimi, mutandosi poi in spazi esterni con bell'effetto. Si tratta comunque di strutture imponenti che occupano la maggior parte del palcoscenico, così che l'affollatissima scena di festa per strada del secondo atto, davanti al caffè Momus con cameriere un po' discinte e caschetti di capelli blu, finisce per essere accalcata quasi in proscenio e troppo confusa, visto che la regia non rinuncia ad alcuna presenza. Per tutto il resto dell'opera, col suo moderno andamento a pochi personaggi e situazioni molto teatrali, ricchezza continua di controscene ad animare tutto, non ci sono invece intoppi e si crea anzi una bella suggestione, cui la musica di Puccini, diretta con grande, intima dolcezza e vigore dal giovane Henrik Nanasi, aggiunge spessore e sentimenti che diventano via via più intensi e coinvolgenti verso il drammatico finale.

Un ruolo ha anche la buona recitazione senza enfasi dei cantanti, tutti di buon livello e espressività, da Giorgio Berrugi che è Rodolfo a Massimo Cavalletti come Marcello, Simone Del Savio come Schaunard e Antonio Di Matteo come Colline, che sono quattro giovani artisti in jeans e giacconi che cercano la propria strada, mentre Mimì è Anita Hartige e Musetta Olga Kulchynska, due ragazze che provano ad arrabattarsi per sopravvivere e, visto un certo lieve accento, specie della prima, si potrebbe anche supporre siano immigrate come tante che popolano oramai le nostre città. Ieri come oggi sono personaggi tutti pieni di speranza, voglia di divertirsi e sogni d'amore, sempre in nome di quella poesia che è nello scrivere di Rodolfo e nei ricami di Mimi, che si innamorano al primo incontro ("O che gelida manina''). Tra abbracci e litigi, baci e scene di gelosia, la storia prosegue, parallela e simile a quella di Musetta e Marcello, tutti sempre senza una lira, costretti a lavoretti occasionali o a impegnarsi anche il cappotto (''vecchia zimarra'') per andare avanti, fino al sopraggiungere della malattia e poi la morte di Mimi, che spegne ogni fiducia nel futuro, segnando il passare inesorabile del tempo in un opprimente, intensivo e sempre più livido paesaggio metropolitano (sin dall'inizio del resto abbiamo sentito cantare: ''già dell'apocalisse appariscono i segni''). Tutto funziona talmente bene che le poche incongruenze tra il testo d'epoca, ovviamente rispettatissimo, e l'ambientazione odierna quasi non si avvertono, anche se un pubblico evidentemente molto tradizionalista è apparso piuttosto tiepido negli applausi tra i quali si è sentito anche qualche fischio per la regia.

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