80 anni Warren Beatty, playboy comunista di Hollywood

'L'eccezione alla regola' esce in sale italiane a fine aprile

Oggi è ancora "l'uomo della busta" per tutti gli appassionati di cinema che lo hanno visto, sul palco degli Oscar, al centro della più colossale gaffe nella storia dell'Academy; fino a ieri è stato il magnifico seduttore di Hollywood il cui nome è stato accostato a oltre 100 tra le più belle donne del mondo, ma anche uno dei più amati e multiformi talenti della "grande fabbrica dei sogni"; domani sarà ancora d'attualità perché il suo nuovo film, "L'eccezione alla regola" esce nelle sale italiane a fine aprile e già fa discutere nonostante i non brillanti risultati americani. Si parla qui di Warren Beatty (al secolo Henry Warren Beaty, e nessuno ha mai sciolto il mistero della "T" caduta nel cognome d'arte), nato a Richmond il 30 marzo 1937, che spegne 80 candeline più che ben portate sulla sua torta di compleanno.

La sua vita artistica potrebbe andare sotto il segno della frase "Volevo essere un genio" che condividerebbe volentieri con Orson Welles, l'unico altro cineasta americano ad essere stato simultaneamente candidato all'Oscar per il miglior film, la migliore regia, la produzione e l'interpretazione. Diversamente dal regista di "Quarto potere" però, il suo "Reds" (1981) gli regalò solo la statuetta come migliore regista, ma può comunque vantare un record di nomination, 53 da produttore e 14 in prima persona oltre all'Oscar alla carriera come miglior produttore. Fratello minore di Shirley McLaine (con cui non ha mai diviso il set, né da attore, né da regista), figlio d'arte per parte di madre, che era stimata insegnante di recitazione, aveva il talento nel sangue ed esordì in televisione già nel '57, ad appena 20 anni, con ruoli da giovane seduttore. Ma l'approdo al cinema fu fragoroso, a fianco di Nathalie Wood nel 1961 con "Splendore nell'erba" di un pigmalione assoluto come Elia Kazan. Doveva avere come partner la sorella, ma i produttori scelsero diversamente per non generare scandalo, facendo interpretare a due fratelli il ruolo degli amanti, e Beatty li ripagò andando a letto, con grande clamore, con la sua partner. Non si disse lo stesso per Vivien Leigh che, nello stesso anno, lo illuminò di vivida luce in "La primavera romana della Signora Stone", ma quel ruolo gli valse l'etichetta del playboy che "ama e lascia".

Con maestri come John Frankenheimer, Arthur Hiller, George Stevens seppe affinare lo stile e vide crescere in fretta il suo valore contrattuale, ma deve a Arthur Penn e "Gangster Story" (1967) la sua promozione a divo, un immortale Clyde al fianco di quella Bonnie (Faye Dunaway) che solo poche settimane fa era con lui sul palco dell'Oscar. Dopo i successi di critica con Robert Altman ("I compari", 1971) e Alan J. Pakula (Perché un assassinio", 1974) e il trionfo al box office con "Shampoo" di Hal Ashby (1975) divenne l'icona di una nuova Hollywood, ribelle e sbarazzina, che lasciava campo libero al suo talento inquieto ed ironico. Ma quelle esperienze avevano anche temprato la sua passione creativa, spingendolo presto a infrangere la "parete invisibile" fino all'altro lato della cinepresa. Forte del sodalizio con un maestro di teatro e scrittura come Buck Henry, eccolo debuttare da regista e protagonista in "Il paradiso può attendere" (1978) che lo porta subito a una doppia nomination all'Oscar. Tre anni dopo si getta nell'avventura di "Reds" che riunisce il suo talento e la sua passione politica nel tratteggiare la figura di John Reed, il sognatore americano che fu testimone e partecipe della rivoluzione d'ottobre all'ombra di Lenin. Al fianco di Warren Beatty sul set c'è questa volta Diane Keaton, una delle donne con cui ha davvero diviso la vita e l'arte, proprio come Leslie Caron (negli anni '60), Julie Christie (al tempo de "I compari"), Madonna (negli anni '90), Annette Benning (sua moglie anche oggi, e madre dei suoi quattro figli). Quando "Reds" esce nelle sale, il tempo della "caccia alle streghe" è finito da tempo e il regista/attore/produttore si gode fama e gloria pur con l'etichetta del "comunista a Hollywood": passione politica che in verità non gli è mai appartenuta, nonostante una dichiarata militanza nel Partito Democratico, l'amicizia personale con i fratelli Kennedy, l'impegno a fianco del candidato presidente McGovern.

Dal 1990, l'anno del coloratissimo "Dick Tracy", Beatty ha potuto solo di rado dirigere i film che voleva e, non per caso, si è identificato nel senatore di "Bullworth" (1998) da cui traboccano disincanto e rimpianto verso la stagione del sogno e della fiducia in una nuova frontiera della politica. Ha avuto tutto, da attore è diventato un'icona, a Hollywood si è costruito una carriera da tycoon illuminato. Eppure la sua carriera è costellata di rifiuti sanguinosi, dal Michael Corleone del "Padrino" che era già suo (rifiutò per l'eccessiva crudeltà del personaggio) ai ruoli che cedette a Robert Redford permettendogli di affermarsi: "Butch Cassidy", "La stangata" e forse soprattutto "Come eravamo", con quel personaggio di Hubbel Gardiner, bello, ricco, famoso e infelice che gli calzava a pennello e non sarà mai suo.

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