L'inferno a otto voci di The Hateful Eight

In sala dal 4 febbraio il film di Tarantino in corsa per 3 Oscar

E pensare che l'inferno a otto voci di 'The Hateful Eight', l'ottavo film di Quentin Tarantino, inizia con un sofferente Cristo in croce sulle note di Ennio Morricone e nel candido paesaggio innevato di Telluride (Colorado). Per epicizzare il tutto, il film in sala dal 4 febbraio con 01, e' stato poi girato in pellicola 70 mm e con lenti anamorfiche Panavision, una tecnica utilizzata solo da qualche lungometraggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Insomma una specie di lente di ingrandimento per questo straordinario western in cui tutti sono cattivi e senza pieta', in cui si usa comunemente la parola nigger - solo la punta dell'iceberg di un razzismo diffuso e allargato - e dove non manca un impianto teatrale con risvolti gialli che ricorda i Dieci piccoli indiani. Ambientato qualche anno dopo la fine della guerra civile, The Hateful Eight ha come protagonisti"otto maledetti" viaggiatori bloccati dalla neve presso un emporio, nel cuore del Wyoming. Ci sono il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua indomabile e perfida prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). I due sono attesi nella citta' di Red Rock dove John Ruth, che non a caso si chiama"Il Boia", deve portare all'impiccagione la criminale riscuotendo una taglia di 10.000 dollari. Ma c'e' anche il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anche lui cacciatore di taglie che viaggia con tre cadaveri al seguito (valore 8000 dollari) . C'e' poi Oswaldo Mobray (Tim Roth), che si definisce un boia , lavoro di cui teorizza il valore sociale ("l'uomo che tira la leva e' razionale"); il mandriano Joe Cage (Michael Madsen), faccia da criminale, ma in viaggio per far visita alla mamma; lo Sceriffo, o aspirante tale, Chris Mannix (Walton Goggins);l'anziano Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) e, infine, il messicano Bob (Demin Bichir). Che succede nella locanda, dove alla fine tutto si svolge? Una sinfonia splatter: pestaggi al grido "ti piace il suono di queste campane stronza!" anche troppo bene assorbiti da Daisy; teste spappolate da pallottole; braccia mozzate per liberarsi dalle manette; impiccagione con balletto; spari nelle parti basse; caffe' avvelenato e ogni sorta di violenza possibile. E questo in puro stile tarantiniano dove i protagonisti, sempre pronti a tirar fuori la pistola, indugiano in complesse e lucide conversazioni. Si raccontano, raccontano, ripetono sempre le stesse cose e sono anche capaci di ascolto. Sul razzismo, che insieme alle armi e' uno dei motivi centrali di quest'ultimo film di Tarantino, due frasi chiave. Ovvero il punto di vista del bianco "Quando i negri hanno paura i bianchi sono al sicuro" e quello del nero, "Unico momento in cui i neri sono al sicuro e' quando i bianchi sono disarmati". Frase cult del film in corsa per tre Oscar (Ennio Morricone per le musiche, Jennifer Jason Leigh, attrice non protagonista e Robert Richardson, fotografia) quella finale: "tutti i bastardi meritano di essere impiccati, ma i grandi bastardi sono quelli che impiccano".

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