Antonio,ultimo abitante a Pescara Tronto

Macellaio da 4 generazioni, ci sta uccidendo burocrazia

(ANSA) - PESCARA DEL TRONTO (ASCOLI), 23 AGO - Per capire cosa sia, oggi, Pescara del Tronto, bisogna immaginare la bocca di un vulcano spento. Mettendo al posto della vegetazione, o dell'acqua di un lago, migliaia di tonnellate di macerie che una volta erano il cemento e le pietre delle case del paese. Se c'è un posto nel centro Italia dove la morte e la devastazione seminata dal terremoto del 24 agosto sono ancora sotto gli occhi di tutti, quel posto è Pescara del Tronto. Antonio Filotei guarda lo spettacolo dell'orrore e scuote la testa. Lui è l'ultimo abitante rimasto: divide le giornate tra gli animali e il garage di quella che era la sua casa. Le camere sono venute giù ma i pilastri hanno retto e i locali al piano terra si sono salvati. Che poi ci sia l'agibilità è tutt'altro discorso. "L'ho fatta con le mie mani. Sto tranquillo" dice lui, che si preoccupa di tutt'altro. "Se la Regione Marche non prende coscienza di quello che davvero è accaduto qua, non si va da nessuna parte. Qui in inverno eravamo 80, sono morte quasi 50 persone. Fai tu la proporzione". Di Pescara non c'è più nulla. Letteralmente. L'opera iniziata dalla scossa del 24 agosto l'hanno completata quelle del 26 e del 30 ottobre. Resta solo un mostro grigio e polveroso da cui spuntano qua e là pali della luce, resti di auto e moto, materassi, mobili, oggetti di tutti i giorni. Metà della piazza dove erano parcheggiate le auto quella notte, è franata, trascinando con se tutto quanto sul fondo della bocca del vulcano. Di tutte le case del paese sono sopravvissuti solo due tetti, il resto e pietra sbriciolata. I sopravvissuti vivono a valle, sulla Salaria, nel villaggio con le nuove casette e la chiesa su cui hanno montato la campana recuperata dalle macerie del paese. Lui invece è rimasto qui. Era il macellaio di Pescara. "Macellaio da quattro generazioni, abbiamo fatto sempre questo". In mezzo al niente. "E dove devo andare? Devo stare con gli animali che mi sono rimasti. Ci hanno dato la tensostruttura che sostituisce le stalle ad aprile. Ma qui a gennaio c'erano tre metri di neve, non c'era alcuna possibilità di arrivare. Mi sono morti 40 tra capretti e pecore". Chiedi ad Antonio cosa servirebbe e lui esplode. "La Regione voleva spendere milioni di euro per una ciclabile che dal mare arrivava fin qui. Sono pazzi. Qui bisogna portare via le macerie, immediatamente. E bisogna liberare le strade, ricostruire le scuole, altro che pista ciclabile. Ma lo vedi cosa è questo posto? Lo vedi che non c'è altro che morte? Cosa aspettano a muoversi?". Poi si ferma, guarda ancora verso quello che era il suo paese e scuote di nuovo la testa. "Non ci ha distrutto il terremoto del 24 agosto, nonostante i morti. Piano piano ci sta distruggendo la burocrazia e la difficoltà ad andare avanti. Questa è la realtà". (ANSA)
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