Mihajlovic mister coraggio, in panchina contro il male

Quaranta giorni dopo annuncio leucemia in campo a Verona

Mister coraggio. La fama di guerriero Sinisa Mihajlovic se l'è sempre sentita cucita addosso, non fosse altro per la resilienza che da bambino dovette opporre agli orrori della guerra a Vukovar. Ma questa volta, quaranta giorni dopo l'annuncio in conferenza stampa della leucemia diagnosticata, la battaglia che ha deciso di combattere e' personale, e stupisce tutto il mondo del calcio. Il tecnico del Bologna ha colto tutti in contropiede, anche i suoi giocatori, e si e' presentato a Verona per guidare la squadra dalla panchina alla prima di campionato.

"Ce l'aveva promesso, ma quando l'abbiamo visto in albergo, non potevamo crederci", racconta Andrea Poli, perno del centrocampo rossoblu. Poi, anche contro le voci che fino all'ultimo circolavano al Bentegodi di una scelta precauzionale una cabina con schermo a lui dedicata, per evitare pericolosi contatti nei giorni della cura - Sinisa ha aspettato che tutti entrassero in campo ed e' uscito dal tunnel per sedersi in panchina. Dimagrito, il volto tirato, un cappellino in testa a coprire gli effetti del primo ciclo di chemio al quale si e' sottoposto al Sant'Orsola di Bologna, un cerotto appena visibile sotto la tuta, il braccialetto del suo reparto al polso sinistro, il saluto allo stadio che lo applaude: ma per il resto, tutto come sempre. Stesso sguardo determinato, stessi rimproveri ai giocatori in campo, stessi colloqui con i suoi collaboratori in panchina, lui quasi sempre in piedi, mai tentato dal sedile e dalla stanchezza. Solo un pizzico di energia in meno nell'urlare, ma una forza infinita nell'affrontare il suo personalissimo esordio, in una partita che non si sarebbe mai aspettato e che ora gioca "all'attacco", come aveva promesso nel giorno del suo pubblico annuncio. Solo nei minuti finali ha anticipato il rientro nello spogliatoio, poco prima che l'arbitro fischiasse l'1-1 finale Mjhajlovic, il 13 luglio scorso, aveva commosso tutti con il suo annuncio pieno di coraggio e di umanità.

"Le mie non sono lacrime di paura, lotterò come sempre, e la giocherò in attacco", aveva detto raccontando come la botta lo avesse inchiodato per tre giorni in camera, al buio, a pensare. Poi l'ondata di messaggi e auguri, l'affetto della famiglia, la privacy, il ricovero al Sant'Orsola, il primo ciclo di cure, e quei colloqui continui con i collaboratori dall'ospedale: Mihajlovic segue la squadra dalla sua stanza, il forte messaggio alla squadra e soprattutto a se stesso. Pochi giorni prima della prima di campionato, la notizia che Mihajlovic sarebbe comparso comunque nella distinta da consegnare all'arbitro. Non era solo un nome su un pezzo di carta, ma mister coraggio in persona. In campo per la sua partita.

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