Lombardia

Morti in corsia, ancora 30 casi da esaminare

Si scava tra vecchi pazienti del medico e decessi in famiglia

Sono "una trentina" i casi "ancora da esaminare" da parte degli inquirenti di Busto Arsizio nell'ambito della vicenda morti in corsi all'ospedale di Saronno. Lo ha detto il procuratore Gianluigi Fontana che ha convocato una conferenza stampa per alcune precisazioni a fronte "del enorme clamore mediatico" sulla vicenda, che il magistrato ha stigmatizzatoLe parole dei due amanti arrestati - se domani davanti al giudice intenderanno chiarire quanto è successo dal 2012 all'ospedale di Saronno - e l'analisi di oltre 50 cartelle cliniche fino a ora acquisite dei carabinieri al di là dei cinque omicidi volontari aggravati anche dall'uso del mezzo venefico. Sono questi gli elementi cardine dell'inchiesta che ha portato all'arresto dell'infermiere Laura Taroni e del medico, suo amante, Leonardo Cazzaniga e che sembra aver solo aperto uno spaventoso vaso di Pandora. Omicidi di pazienti in ospedale con il famigerato "metodo Cazzaniga", del quale nella struttura qualcuno era a conoscenza, ma anche del marito della donna, morto a casa ma che, dagli elementi in mano agli investigatori e alla Procura di Busto Arsizio, va inserito nella volontà dei due "di porre fine al vincolo matrimoniale e anche alla vita" dell'uomo nei confronti del quale "l'indagata aveva maturato profondo rancore", e che le avrebbe anche chiesto, sostiene la Taroni intercettata, "rapporti intimi di natura non graditi". Oltre che a pazienti dell'ospedale, quindi anche una distruttiva azione nei confronti della famiglia di lei. Emerge, infatti, anche l'idea di uccidere un cugino acquisito dell'infermiera, 'colpevole' a detta dei due amanti, di vivere alle spalle della moglie. "I due indagati - annotano i pm nella richiesta d'arresto - parlano dell'omicidio come un modo per risolvere tutte le situazioni con disarmante tranquillità". Laura Taroni in carcere si dice "molto preoccupata per i due figli" (mentre in alcuni intecettazioni diceva di "poterli uccidere"). I due bambini sono ora affidati a una struttura protetta. Dalle intercettazioni è emerso che almeno a uno dei due la donna somministrava massicce dosi di ansiolitici, tanto che l'amante aveva spiegato al piccolo, che chiedeva perché, che ormai "era assuefatto". "Il personale medico è sconvolto, non avevamo idea che ci fossero voci del genere su Cazzaniga in pronto soccorso. Lei invece era conosciuta per essere una persona che non stava bene", commenta desolatamente uno dei primari dell'ospedale. Sulle responsabilità, però, degli organismi che dovevano controllare, il pm Cristina Ria e il procuratore Gianluigi Fontana spendono non poche parole ed evidenziano come la relazione della Commissione interna a firma del dottore Paolo Valentini, abbia "escluso ipotesi di responsabilità penali del dottor Cazzaniga". Nella relazione, osservano i magistrati, si legge tuttavia: "Elemento degno di considerazione è la peculiarità dell'approccio terapeutico del dottor Cazzaniga (analgesici oppioidi + benzodiazepine + ipnotici) che non trova analogo riscontro nei casi analoghi trattati dagli altri medici del Pronto soccorso. E' indubitabile che le dosi dei farmaci somministrati nei casi selezionati sembrano superare, in modo evidente, i valori indicati nel prospetto esemplificativo contenuto nelle linee guida..." Le scelte terapeutiche dell'indagato "non erano comuni a nessuno dei colleghi in servizio presso l'U.O. di Pronto Soccorso". Circostanze, queste, che invece dovranno chiarire altri dipendenti dell'ospedale, anch'essi indagati ma a piede libero. Ai carabinieri, intanto, arrivano continuamente telefonate di persone che hanno avuto parenti deceduti all'ospedale: temono che siano rimasti vittime dell'angelo della morte, come si definiva Cazzaniga nei documenti agli atti, e della sua amante.

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