La parola della settimana è INVIDIA (di Massimo Sebastiani)

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Redazione ANSA

Sentire la competizione al punto da non volere che gli altri riescano, come dice in un dialogo del film ‘Il petroliere’ il protagonista Daniel Day-Lewis. Certo, è un sentimento che non deve necessariamente portare alla follia omicida, ma è un sentimento potente, fortissimo, ‘vento impetuoso e ardente’ secondo Boccaccio, che può spingere ad esaltarsi fino a primeggiare costantemente oppure a volere annullare gli altri. Subito dopo, nella stessa scena, il protagonista del film, Daniel Pleinview, il più grande petroliere della California di inizio ‘900, un uomo dannato dalla sete di successo, denaro e potere, dirà: ‘odio la maggior parte della gente’.
Ascolta "La parola della settimana: invidia (di Massimo Sebastiani)" su Spreaker. Molti commentatori si sono stupiti della ferocia dell’omicida di Lecce perché il movente sarebbe assurdo o, nella migliore delle ipotesi, poco chiaro. E’ come se non volessimo credere alla stessa confessione dell’assassino: ‘li ho uccisi perché invidiavo la loro felicità’. Eppure quel ragazzo, ex coinquilino della donna dal sorriso solare e radioso, compagna del giovane arbitro, non ha fatto altro che definire, in poche parole, l’essenza stessa dell’invidia, un sentimento che ci avvelena e ci intristisce perché è il contrario esatto della felicità. Una passione triste, definita così da Baruch Spinoza, forse il più grande di tutti gli esploratori dell’animo umano: ‘Per l’invidioso -. scrive – nulla è più gradito dell’infelicità altrui e nulla è più molesto dell’altrui felicità’.

E’ uno di quei casi in cui l’etimologia può dirci molto. E’ così originaria, così profonda l’invidia che è collegata, già nella derivazione della parola, all’atto più naturale che c’è, il guardare. Proviene infatti dal verbo videre, vedere, e dal suffisso in- con valore negativo. Quindi guardare contro, guardare male. In tutte le raffigurazioni, a cominciare da un celebre affresco di Giotto che fa parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova, l’invidia è rappresentata preferibilmente come un’anziana con un serpente che le esce dalla bocca e si ritorce colpendo gli occhi, che sono appunto la sede e l’origine del ‘cattivo vedere’. E infatti ‘l’invidia ha gli occhi e la fortuna è cieca’ dice un personaggio di Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro. L’invidia guarda gli altri volendone il male. Perché? Perché riteniamo che gli altri possiedano qualcosa che noi non abbiamo: fortuna, talento, denaro, successo e, appunto, felicità. Quando invidiamo siamo come Anastasia e Genoveffa di fronte alla grazia e alla gioia della dolce Cenerentola. E magari invidiamo, proprio come loro, qualcosa che, anche per natura, non possiamo avere: è il caso della controversa invidia del pene, secondo Freud una stadio di passaggio necessario alla evoluzione della sessualità femminile, ampiamente contestato da molta psicoanalisi successiva (a partire da Melanie Klein) e ovviamente dalle femministe.
Solo apparentemente però è un sentimento che riguarda l’altro: in realtà è rivolta, proprio come il serpente che fa un cerchio e torna verso il ‘proprietario’ della bocca da cui è uscito, contro se stessi. Per questo è triste e velenosa e può solo crescere a dismisura senza mai veramente manifestarsi. Perché l’altra caratteristica dell’invidia, unica tra i vizi e le passioni, è quella di non essere espressa. Esprimere l’ira e la passione è naturale e in molti casi liberatorio. Socialmente non viene percepito come un problema. Invece ci vergogniamo della nostra stessa invidia. Ma la violenza, proprio per questo, è il suo sbocco piuttosto naturale come dimostra il primo invidioso della storia, Caino, che, secondo quanto gli rimprovera Dio, ha il volto abbattuto, cioè rivolto verso terra e non riesce ad alzare lo sguardo. Di nuovo, è in ballo il vedere: Abele, favorito dal Signore, gli è inviso. Il suo è un sentimento sordo e sotterraneo, represso, che sfocerà nella violenza. D’altra parte si dice verde di invidia perché la rabbia repressa provoca fuoriuscita di bile, che è appunto verde (mentre l’ira, che è espressa, è rossa perché il sangue affluisce.
Forse è proprio questo veleno contro se stessi, la rovina di se stessi, che spinge Dante, con un po’ di indulgenza, a mettere gli iracondi al Purgatorio e non all’Inferno. Ma non a caso hanno gli occhi cuciti dal filo di ferro, quegli occhi attraverso i quali guardavano malevolmente gli altri.
Anche l’invidia più buona può celare comunque il piacere sottile di essere invidiato: come in una canzone di Enrico Ruggeri intitolata, appunto, ‘Invidia’.

 

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