La parola della settimana è prudenza (di Massimo Sebastiani)

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Redazione ANSA

Che diavolo è successo in oltre 2000 anni all’idea e alla pratica della prudenza per essere così disprezzata da Giacomo Leopardi dopo che Platone, Aristotele e poi il pensiero cristiano, da sant’Ambrogio a San Tommaso, la avevano elevata a massima virtù? Perché improvvisamente la prudenza può ‘agghiacciare’ e congelare l’uomo in una vita votata alla pura e semplice sopravvivenza? Eppure in queste settimane torniamo a parlarne davvero come di una virtù, necessaria a consentirci di andare avanti senza rischiare di tornare improvvisamente indietro, indispensabile per passare attraverso le insidie del virus continuando nonostante tutto a vivere, lavorare, sperare. Potremmo dire, in un certo senso, che siamo alle solite.

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Il destino di una parola, che non è mai soltanto ‘una’, per l’appunto, risiede nella sua storia, in quello che le è accaduto durante il percorso. C’è un momento in cui la ‘tonalità’ del concetto di prudenza vira pericolosamente e un po’ inesorabilmente verso l’eccesso di cautela, di immobilismo, di stagnazione.

‘Aspettati veleno dall’acqua stagnante’, diceva non a caso William Blake nel XVIII secolo. E in effetti la svolta, per la vita di questa parola, si ha con l’illuminismo che per definizione sembra voler premiare l’audacia e la spregiudicatezza: delle scoperte, delle conquiste, dei rivolgimenti, dei superamenti. Non sappiamo quanto fossero o si sentissero intimamente leopardiani Battisti e Mogol ma una delle loro celebri canzoni parla chiaro: ‘Molte volte la saggezza è solamente la prudenza più stagnante’. Eppure la storia della prudenza era nata proprio sotto il segno della ragione: per Platone prima e poi per Aristotele la prudenza era la regina delle virtù etiche (la prima delle virtù cardinali per i Padri della Chiesa), era la capacità di discernere razionalmente tra il vero e il falso, di scegliere la cosa migliore da farsi e in particolare per Platone è sostanzialmente sinonimo di saggezza. E infatti, dopo che già Matteo nel suo Vangelo ha provveduto ad esaltare la prudenza accostandola al serpente, senza peraltro limitare la capacità di rivoltare e cambiare il mondo (‘Siate prudenti come serpenti e innocenti come colombe’), San Tommaso ne fa il principio razionale dell’azione: recta ratio agibilium cioè il ragionamento corretto relativo alle cose che si possono fare, la guida dell’agire pratico. Per restare alla musica italiana, si potrebbe allora forse dire che Daniele Silvestri mostra un’anima più tomista: ‘La paranza è una danza / Che si balla nella latitanza / Con prudenza / E eleganza’ recita il cantautore romano nella divertente ‘La paranza’ dove la prudenza è davvero la ragionevolezza nella scelta dei comportamenti, anche se qui si parla di un latitante dell’amore e della vita di coppia e quindi forse Tommaso e gli altri avrebbero qualcosa da ridire sulla correttezza morale del tutto. Ma prima di loro, oltre 1000 anni prima di Cristo c’erano stati gli insegnamenti di Amenemope, uno scriba dell’Egitto antico dell’epoca ramesside, un’opera letteraria con 30 capitoli di consigli su come vivere bene.

Insomma, un manuale di auto-aiuto di quelli che spopolano oggi in libreria e che rifletteva un mutamento di valori dell’epoca, preferendo la sopportazione paziente e la pace interiore al raggiungimento dei beni materiali ed esaltando per questo l’uomo silenzioso e prudente rispetto a quello invasivo, iracondo e fastidioso. D’altra parte prudente, da cui prudenza, deriva dal latino prudens che è il participio presente di providere, ovvero provvedere. Per questo la prudenza è la scienza del bene e del male che ci insegna a prevedere e giudicare le cose da farsi e quelle che è meglio non fare. L’altra parola che è stata associata a prudenza in queste settimane è cautela, che deriva dal latino cautus che sta per cavtus da cavere, cioè stare in guardia. E la radice è kav cioè guardare, osservare e distinguere con accortezza.

E’ così, con la ragione cioè, che ci si difende dal Covid e si raggiungono la saggezza e una lunga vita come mostra l’allegorica statua della prudenza sulla tomba di Francesco II e di sua moglie Margherita di Foix a Nantes: ha un doppio volto, quello di giovane donna e quello di un vecchio saggio con la barba, oltre ovviamente all’immancabile serpente, allo specchio (mostra la verità delle cose) e al compasso, simbolo di misura.

Nell’Allegoria della prudenza di Tiziano invece vengono proposte le tre età dell’uomo, dalla giovinezza alla vecchiaia, sovrastate da un motto latino: ‘Sulla base del passato / il presente prudentemente agisce / per non guastare l'azione futura. Un certo numero di capi di stato alle prese con i rigurgiti della pandemia da Covid non potrebbero che compiacersi. Certo, come ci ha insegnato proprio Aristotele, tutto sta, di nuovo, nella misura. Di prudenza, anche senza essere Leopardi, si può morire. Se poi addirittura si porta quel nome, il rischio è grosso. E’ piuttosto nota la storia di una delle canzoni più celebri dei Beatles: dedicata a Prudence Farrow, sorella minore di Mia, che era talmente assorbita dalla meditazione trascendentale da non voler più uscire dalla sua stanza a Rishikesh in India, né mangiare né vedere nessuno. Contro questo rischio di mortale stagnazione, come avrebbero detto Leopardi e Lucio Battisti, Lennon e McCartney scrissero Dear Prudence.

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