La parola della settimana è scuola (di Massimo Sebastiani)

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Redazione ANSA

SCUOLA 

Anche se non abbiamo mai assistito ad un esame di maturità o ad un consiglio dei professori, quando ancora oggi pensiamo alla scuola le situazioni e le scene che ci vengono in mente sono quelle delle dispute di professori in un consiglio, come nel film La scuola di Daniele Luchetti (‘devono andare a zappare’!), o del surreale esame di maturità dell’amico di Nanni Moretti in Ecce Bombo (quello, per capirci, che si era preparato su uno sconosciuto poeta contemporaneo, a sua volta un amico).

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Oltre ovviamente a tutte quelle legate alla nostra memoria e ai racconti dei nostri dei figli. Insomma, non è esattamente l’immagine apollinea e geometrica, che esalta la ragione umana, della scuola di Atene l’affresco dipinto da Raffaello nei palazzi apostolici voluto da Giulio II. E nemmeno quella di una scuola ipermoderna, ricca di laboratori, di spazi per la sperimentazione o per l’incontro e lo scambio tra studenti.

Tra le tante riflessioni obbligate che la Covid ha portato con sé, oltre a quelle su temi come la solitudine, la paura, il lavoro, le relazioni, la solidarietà, c’è sicuramente quella sulla scuola, tornata in primo piano, come troppo spesso succede, ancora una volta per una emergenza. E il tema è stato inevitabilmente ‘come far fare agli studenti la scuola senza scuola’ e che valore dare a tutto questo. Un approccio più quantitativo che qualitativo, se ci pensate.

E’ un po’ la vecchia questione (perché diciamo la verità: tutto sembra piuttosto vecchio quando ci occupiamo di scuola o, nelle migliore delle ipotesi, fermo) di ‘come si fa a finire il programma’. Come si fa ad ‘insaccare’ in uno spazio temporale ristretto tutto quel volume di informazioni e nozioni e relative verifiche che avrebbe richiesto molti più mesi e che in genere è a rischio anche quando tutto fila liscio. Eppure la parola scuola in origine aveva un significato diverso.

La Treccani spiega che il senso della parola greca scholè, da cui scuola deriva, era (come otium in latino) “libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e più tardi luogo dove si attende allo studio”. Se avete presente l’affresco di Raffaello, è evidente che il genio di Urbino pensasse soprattutto a questo significato quando ha rappresentato la sua idea di scuola. L’origine del termine scuola la colloca dunque più vicino ad un’idea di riposo, di tempo libero, di vacanza. Ma non nel senso del non far nulla, piuttosto in quello di ‘vacanza dal lavoro’.

Un grammatico romano, Sesto Pompeo Festo, citato da Marco Balzàno nel libro Le parole sono importanti, scrive che “le scuole sono così dette perché, lasciate tutte le altre occupazioni, i fanciulli possono dedicarsi agli studi liberali” e magari, aggiungiamo, fare anche parecchia ginnastica invece di restare inchiodati ad una (vecchia) sedia per ore.

Balzàno sottolinea che l’idea portante alla base del vocabolo sia greco che latino è dunque l’educazione più che l’istruzione. E il maestro è il ludi magister, cioè maestro di giochi, perché apprendere, pensate un po’, è divertente. Tutto questo non può che avvenire in uno spazio ‘vuoto’ (‘vacancy’ è il cartello che nei motel indica le stanze disponibili, cioè vuote), un tempo lontano dalle fatiche che serve ad apprendere, a crescere e anche a formarsi un’idea di comunità. Certo la società da allora è molto cambiata e, tanto per cominciare, non è più una società schiavista, dove ad alcuni soltanto era riservato il compito e la fatica di lavorare.

Di sicuro però molto prima delle celebri tre ‘i’ della ministra Moratti (inglese, informatica, impresa) e dell’alternanza scuola-lavoro, qualcosa deve essersi rotto in questa idea di scuola e di formazione. E in effetti, se ci pensate, nonostante i molti e più o meno abortiti tentativi di riforma e di modernizzazione, la scuola ha continuato ad oscillare ambiguamente ma senza una autentica capacità di rinnovamento, che non sia quella offerta da generose, sporadiche e fortunate iniziative singole e personali, tra due estremi entrambi invecchiati e che hanno trovato, come spesso succede, la loro sedimentazione in due espressioni che sono diventati modi di dire: ‘scolastico’ e ‘fare scuola’ (oppure ’caso di scuola’).

In queste parole è ricompreso da un lato un elemento di polverosità statica e rigida (è scolastico qualcosa di troppo dogmatico o categorico o che si ritiene immodificabile, proprio come la filosofia scolastica del Medioevo, ad esempio) o di scarsa originalità e profondità (conoscenza scolastica di una lingua, per esempio), dall’altro l’eco di una solennità che può rappresentare dunque un modello e che nel frattempo la scuola ha ampiamente perso. La scuola dunque è finita? Usò la fine della scuola, School’s out, come metafora di un mondo che andava in pezzi e della perdita dell’innocenza, già all’inizio degli anni ’70, Alice Cooper, una figura per niente rassicurante considerato tra i maggiori esponenti di quello che viene definito shock rock.

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