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Ucraina: salta la tregua, Mosca riprende gli attacchi

i. Mediazione a sorpresa del premier israeliano Bennett. La Russia sottolinea che i nazionalisti ucraini hanno ostacolato il cessate il fuoco

I corridoi umanitari in Ucraina, almeno per il momento, sono saltati. Lasciando intrappolate centinaia di migliaia di civili nelle città del sud assediate dai russi, a partire da Mariupol. Sul fallimento della tregua c'è stato il prevedibile rimpallo di responsabilità fra Kiev e Mosca, ma l'unico dato certo è che le forze armate di Vladimir Putin hanno ripreso l'offensiva in grande stile. Solo un spiraglio si è aperto: la convocazione del terzo round di negoziati per lunedì. La decima giornata di guerra si è aperta con l'annuncio della tregua da parte del ministero della Difesa russo, per fare uscire 200mila civili da Mariupol e 15mila da Volnovakha. In poco tempo, però, le speranze di un'evacuazione significativa sono state gelate. 

Civili abbandonano Irpin, nord ovest di Kiev, durante un attacco

Le autorità locali della città portuale nel sud-est hanno annunciato un rinvio delle operazioni per motivi di sicurezza perché i russi hanno "continuato a bombardare". Tanto che i residenti in attesa di sfollare sono stati invitati a rientrare nei rifugi. Mentre le testimonianze per le strade davano conto di "bombe ogni 5 minuti" e file di auto in uscita dalla città fare precipitosamente marcia indietro. La stessa situazione di caos è stata registrata nella cittadina di Volnovakha, a metà strada tra Mariupol e Donetsk. Dove le autorità hanno spiegato che solo 400 persone sono riuscite a fuggire a causa dei raid. Il primo tentativo di un'uscita sicura per i civili è fallito, ha poi confermato la Croce Rossa, aggiungendo che si continua a "trattare costantemente".

La speranza è che domani possa essere il giorno buono per evacuare donne, bambini e anziani, ha spiegato il governo di Kiev, che sta preparando evacuazioni anche dalla capitale, Sumy, Kharkiv e Kherson. I russi hanno respinto le accuse di aver sabotato i corridoi. Il ministro degli Esteri Serghiei Lavrov ha affermato che "non si è presentato nessuno", mentre un portavoce del ministero della Difesa ha spiegato che "la popolazione di queste città è tenuta in ostaggio da formazioni nazionaliste come scudi umani". E che il cessate il fuoco è stato utilizzato dai nemici per "riorganizzarsi e compattarsi". Con queste premesse, Mosca ha annunciato "la ripresa dell'offensiva".

L'offensiva ha allargato il suo raggio d'azione, colpendo altri centri nei dintorni di Kiev, da Bila Tserkva a Bucha. E all'indomani della conquista della centrale di Zaporizhzhia, i russi hanno puntato anche il secondo impianto nucleare del Paese. L'avanzata in tutto il Paese, comunque, non ha registrato significativi progressi. Al contrario nel sud gli ucraini hanno annunciato di aver ripreso il controllo della città portuale di Mykolayv. Centro urbano che avrebbe consentito ai russi di avvicinarsi ad Odessa ed allungare la striscia di territorio bagnato dal Mar Nero che parte dalla Crimea al Donbass. Mentre a Kiev le truppe russe vanno avanti con una campagna di raid lungo la periferia della capitale (anche una troupe di Sky News britannica è stata bersagliata di colpi durante un servizio), ma sono ancora lontane dal centro. In questa fase, le speranze in un effettivo cessate il fuoco, almeno temporaneo, sono affidate ai negoziati Mosca-Kiev che, nonostante tutto, non si sono ancora arenati. E dopo i primi due round di colloqui a distanza di pochi giorni, le due parti hanno concordato di rivedersi lunedì prossimo

. E la diplomazia internazionale, nel frattempo, tenta di fare sponda. Il premier israeliano Naftali Bennett è volato a sorpresa a Mosca per parlare con Putin, dopo il nuovo affondo dello zar sulle sanzioni occidentali, equiparate ad una "dichiarazione di guerra". Bennett ha condiviso l'esito del faccia a faccia con Emmanuel Macron ed Olaf Scholz, e da Mosca ha anche sentito Volodymr Zelensky. Mentre il presidente ucraino, dal suo bunker, ha rinnovato le sue richieste di aiuto all'Occidente: l'attivazione di una no-fly zone e lo stop all'import del petrolio russo.

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