Pandemie e day after: Roth, quando non c'era il vaccino

Ricucire distanze e solitudini contro il senso di colpa

ROMA - Se una cosa ci ricorda questa pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente dell'uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi, registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze, epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere umano dalla Terra e ne mettono a nudo la sua vera natura. Allora questi romanzi, queste cronache di day after, queste supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, con cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in questo 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi siamo.

Il Covid-19, che potrà essere reso innocuo solo con un vaccino, ha riaperto la discussione sull'opportunità e necessità appunto delle vaccinazioni. Ai no-vax con le loro ragioni generalmente pretestuose e fantomatiche sarà allora bene ricordare che c'è stata una stagione in cui i vaccini non c'erano e viene allora a proposito ''Nemesi'', bel libro di uno dei grandi scrittori del secondo Novecento, Philip Roth (Einaudi, pp. 190 - 11,00 euro).

Siamo in un'estate non lontanissima e che molti anziani possono ricordare, quella del 1944 in una ''Newark equatoriale'' per il caldo assoluto spossata e annichilita dall'imperversare di una terribile epidemia di polio che minaccia di menomazione e perfino di morte soprattutto i giovani e i bambini della cittadina del New Jersey, dove vive gente normale e modesta come tanti. Ricordiamo, al di là del romanzo, che la grave malattia continuò a mietere vittime, come molti anziani ricordano bene, avendo conosciuto quasi tutti un compagno di scuola o un amichetto menomato dalla polio, sino alla fine degli anni '50, mentre cominciava a essere usato il vaccino Salk e poi quello orale di Sabin dal 1962. Lo scrittore, narrando della malattia che comincia a falcidiare i ragazzi del campo giochi, ci fa partecipare anche alle più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore, che purtroppo abbiamo ben sperimentato anche nei mesi recenti.

Protagonista del racconto di Roth è Bucky Cantor, istruttore atletico di giovanetti ebrei del suo quartiere al campo giochi. Siamo alla fine della seconda guerra mondiale e lui non è stato arruolato per un grave difetto alla vista. Così, sfuggito a una guerra, ne ingaggia un'altra, privata, contro la malattia nel tentativo di opporsi alla catastrofe, all'epidemia doppiamente ingiusta e terribile, perché colpisce soprattutto gli innocenti, ed è imprevedibile e inafferrabile, tanto da spingerlo a un certo punto a dubitare di Dio mentre scopre d'essere l'inconsapevole tramite del contagio fra i suoi ragazzi, prima di esserne vittima lui stesso e vivendo la cosa come la punizione di una colpa da espiare che lo isolerà per il resto della sua vita. Bucky ha perso l'uso della mano sinistra e ha il braccio avvizzito e così i muscoli del polpaccio sinistro, per cui deve indossare un apparecchio ortopedico sotto i pantaloni.

''Hai preso la polio - dissi a Cantor - come tutti noi altri così sfortunati da prendercela undici anni prima del vaccino. La medicina del XX secolo ha fatto progressi fenomenali, ma un po' troppo lenti per noi due''. Il vaccino, appunto, era di là da venire e, tra le pagine di questa storia, si agitano le cupe domande che ci riguardano oramai da vicino e ricorrono ossessive in molti dei romanzi di Roth all'inizio di questo millennio: quali sono le scelte che imprimono una svolta fatale a un'esistenza? In che modo un individuo può resistere alla forza degli eventi? La verità, per lo scrittore israeliano Etgar Keret, è che è come vivessimo su un transatlantico gigante, il Titanic, e solo quando tutto è fermo ci possiamo dire in salvo, ma pensando probabilmente di essere approdati in un luogo diverso da quello che ci eravamo proposti. Forse sarebbe meglio se a questo mondo cambiassimo meta volontariamente prima che sia troppo tardi. E dice questo dopo aver spiegato a Wlodek Goldkorn di credere, con i racconti di ''Un intoppo ai limiti della galassia'' (Feltrinelli, pp.184 - 16,00 euro), d'essere entrato in sintonia con lo spirito del tempo del coronavirus ''perché parlo della nostra solitudine, della nostra distanza dall'altro e anche di come la nostra realtà cambi velocemente e diventi sempre più difficile da capire''. Specie se non ricominciamo a impegnarci a cercare di capirci tra noi.

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