Antonio Pennacchi, la saga dei Peruzzi nei miei anni '50

A 'Insieme' con 'La strada del mare' verso candidatura 'Strega'

Torna con un nuovo capitolo della saga della famiglia Peruzzi, ma questa volta Antonio Pennacchi ci porta negli anni Cinquanta dell'Agro Pontino, che ha vissuto direttamente, nel suo nuovo romanzo 'La strada del mare', pubblicato da Mondadori.

"Nella prima parte e nella seconda di Canale Mussolini ho raccontato le storie della mia famiglia, quelle che mi erano state narrate. Qui racconto le storie che ho vissuto direttamente" dice all'ANSA Pennacchi prima dell'incontro, con Aurelio Picca, che la prima edizione del Festival 'Insieme' ha dedicato al suo romanzo, all'Auditorium Parco della Musica di Roma. "Racconto questo ramo della famiglia Peruzzi che sono i Benassi. Quattro donne e tre maschi: Otello, Manrico e Accio, che sono gli stessi protagonisti del Fasciocomunista, ma qui siamo negli anni Cinquanta, quando questi ragazzini crescono" spiega.

'La strada del mare' "è un romanzo storico, perché racconta la politica di quegli anni, ma allo steso tempo è un romanzo di formazione, di questi tre fratelli, soprattutto i maschi, e alcune delle femmine, in particolare Violetta, che vivono gli anni della trasformazione, della ricostruzione e poi del boom, del benessere. Vengono da un tempo in cui non c'era ancora la carta igienica e al bagno ci si puliva con i fogli di giornale. Da un tempo in cui non ci si lavava i denti e poi arriva lo spazzolino" racconta lo scrittore, 70 anni, del suo romanzo per il quale si parla già di una candidatura al Premio Strega 2021 che ha già vinto nel 2010 con 'Canale Mussolini' parte prima.

"Dipende dal comitato che decide quali libri partecipano e quali no. I premi fanno parte, dai tempi dell'antica Grecia, della macchina culturale. Io faccio libri e mi sottopongo al giudizio dei lettori e della macchina complessiva culturale. Poi sia quel che sia. Non dipende da me, se qualcuno decide di farmi correre allo Strega, io corro e se no sto a casa mia a Latina, al lago di Fogliano" afferma Pennacchi che fino a 50 anni è stato operaio ed è considerato uno dei maggiori scrittori italiani. Raccontare le cose che ha vissuto direttamente è stato "più faticoso perché significa fare i conti con la propria infanzia, con i fantasmi e i traumi dell'infanzia. A parte il fatto che la vita è un trauma per tutti, anche i bambini più fortunati hanno i loro traumi, campare è faticoso per tutti" sottolinea.

"In quegli anni abbiamo avuto una cosa simile al Covid, che è stata l'Asiatica, che ha fatto 30 mila morti in Italia e 22 milioni di contagiati, quasi metà del popolo italiano. Però la affrontammo in maniera diversa, forse perché non avevamo la consapevolezza che abbiamo adesso e le informazioni. Chi campava campava e chi moriva moriva, però non la abbiamo vissuta con il panico di adesso" sottolinea Pennacchi. Oggi, a 70 anni, 'ho perduto l'innocenza, ma anche gli entusiasmi e le speranze. Il miglior tempo mio se ne è andato. Mi restano gli anni della discesa e della riflessione. Nello scenario generale penso ci siano delle costanti storiche, metastoriche direi, rispetto alle quali chi è giovane oggi è come ero io giovane allora, pieno di speranza e di voglia. E' il ciclo della vita. Le energie e gli impulsi vitali restano costanti. Cambiano gli scenari intorno, i contesti".

Ma cosa abbiamo perso o guadagnato rispetto a quegli anni? "Quello che abbiamo perso è la voglia complessiva di darci da fare. Erano gli anni del boom, in cui si veniva dalla povertà ma leggevi nella faccia della gente la voglia di darsi da fare. C'era il lavoro come valore fondamentale. Oggi in Italia questo lo abbiamo perduto però, se vai in Albania, e a me è capitato di girare per Tirana, vedi la stessa voglia, speranza e fiducia che avevamo noi allora. Nei paesi poveri che stanno emergendo c'è la voglia di darsi da fare che noi abbiamo un po' perso e dovremmo cercare di recuperare". E poi, "era un periodo in cui c'era la politica come passione. La gente pensava fosse giusto interessarsi della cosa pubblica. C'erano ancora le ideologie e, forse sbagliando, la certezza di costruire un mondo migliore. Questo lo abbiamo perso, ma è necessario recuperarlo. Non è vero che finite le ideologie, quelle ideologie, è finito tutto. I problemi restano tutti. Il problema dell'eguaglianza - fondamentale in tutta la mia opera dove c'è l'assoluta eguaglianza di tutti gli esseri umani - e dell'ingiustizia mi continuano a fare incazzare, anche adesso che ho 70 anni" dice Pennacchi tenendo stretta fra le labbra la sigaretta.

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