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Il Comandante della missione in Iraq: 'qui il ruolo della Nato cambierà entro 5 anni'

Il generale Iannucci: 'faremo arrivare le donne irachene a ruoli di vertice nell'esercito'

E' a capo di una missione in un Paese ancora troppo povero e dalla democrazia fragile, dove i terroristi dell'estremismo islamico e i trafficanti di droga reclutano i giovani che cercano di sopravvivere. "Nonostante tutto l'Iraq è ricco di opportunità, ha solo bisogno di essere aiutato e sostenuto, perché potrebbe essere uno dei più grandi hub energetici per l'Italia e l'Europa", spiega il generale Giovanni Maria Iannucci, comandante della 'Nato Mission Iraq', la missione incaricata di assistere le istituzioni irachene e a cui contribuiscono 29 nazioni. A livello italiano le attività svolte in teatro operativo sono condotte secondo le direttive impartite dal Comando operativo di vertice interforze, guidato dal generale Francesco Paolo Figliuolo.



"Il nostro è un esperimento - chiarisce - non facciamo né addestramento classico né diamo equipaggiamento, ma forniamo 'advising' (che significa letteralmente "consigliare") impegnandoci in attività educative con accademie militari, college, scuole d'arma e di specialità, incontriamo periodicamente le autorità e lavoriamo al fianco del Capo di Stato Maggiore della Difesa irachena con le sue varie articolazioni: lo scopo è avviare riforme che migliorino l'efficacia delle forze armate e di sicurezza per renderle sostenibili".

Per Iannucci la strada intrapresa verso l'emancipazione delle forze armate irachene "è quella giusta e se avremo la capacità come Nato di sostenere quelle riforme, nell'arco di tre o al massimo cinque anni sarà dimostrabile l'efficacia significativa dei nostri sforzi, quindi senza più grande necessità di assistenza ma soltanto in forme ridotte".


Rendere le forze di sicurezza irachene in grado di assicurare pace e stabilità al proprio Paese e nell'intera regione mediorientale è quindi il risultato prefissato dalla missione. Del resto il conflitto tra Russia e Ucraina ha le sue ripercussioni anche in questo quadrante del mondo, dove il vicino Iran collabora in maniera sempre più stretta e strategica con Mosca: "certo - commenta il generale - la risoluzione della guerra nell'Est Europa non passa da noi, ma stiamo cercando di evitare instabilità e conflitti anche in questa zona, dove il nostro compito è proprio prevenire".

Sono quindici le aree tematiche attraverso le quali i militari delle forze dell'Alleanza, meno di 600 uomini, puntano a coinvolgere le risorse locali: dall'addestramento alla logistica, fino alla conoscenza delle lingue. "Qui c'è qualcosa che va oltre ciò che è stato fatto in Afghanistan - spiega il comandante - Lì è stato fatto uno sforzo straordinario ma è mancata una transizione, un passaggio di responsabilità alle autorità afghane, cosa che qui stiamo facendo. E non possiamo pensare di avere successo imponendo modelli occidentali. Dobbiamo dare il nostro contributo alle forze di sicurezza irachene filtrandolo attraverso la loro storia e cultura".

Tra gli esempi citati c'è quello della componente femminile nell'esercito di Baghdad: "qui le donne in generale hanno un ruolo importante e sono accettate, ma il settore militare è tradizionalmente riservato al mondo maschile e uno dei nostri obiettivi è inserirle in ruoli di comando nel sistema militare iracheno. C'è già stato qualche reclutamento tra le donne irachene nelle forze armate, ma il passo successivo è renderle rilevanti nel mondo della Difesa, metterle in condizione di prendere pienamente parte sugli aspetti decisionali".



Inizialmente la popolazione irachena istintivamente non vedeva di buon occhio la presenza della Coalizione, ma con il passare del tempo c'è stata sempre più curiosità, collaborazione e adesione, attraverso università e istituzioni. Questo anche grazie a una diffusa campagna di informazione sui media e soprattutto sui social, dove adesso sono decine di migliaia le persone che seguono i profili della 'Nato Mission Iraq' sulle varie piattaforme. "La sfida grossa - riflette Iannucci - deve vincerla il primo ministro iracheno Sudani, avviando quelle riforme che tolgano ossigeno a chi soffia su malcontento e proteste. Le stesse che all'epoca dell'Isis, ora sconfitto, attecchirono tra la popolazione, dove l'età media è di 21 anni. L'estremismo si combatte offrendo a una popolazione giovane condizioni e aspettative accettabili".

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