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Cefalea: gli italiani non amano i danni alla vita sociale

È la mancanza più sentita rispetto al resto d'Europa

ROMA ANSAcom

Agli italiani con l'emicrania proprio non va giù una cosa: il taglio netto che sono costretti a dover dare alla vita sociale. Infatti, per il 27% di chi ha questo disturbo, l'aspetto legato al rallentamento di appuntamenti e di relazioni familiari è quello che colpisce di più. Un dato nettamente superiore alla media dei Paesi europei presi in esame, che si attesta al 15%. È questo uno degli aspetti contenuti nella ricerca di Insite consulting condotta nel 2019 con il contributo incondizionato di Teva in 10 Paesi europei, tra cui l'Italia.

Per il 60% dei pazienti italiani l'emicrania incide negativamente sulla loro salute e sul loro benessere. Il 40% si definisce esausto (contro una media di tutti i Paesi presi in considerazione del 58%), il 28% depresso (contro il 39%), il 28% triste (contro il 35%). Chi vive con l'emicrania tende spesso a nasconderla per non pesare sull'altro. Infatti l'emicrania non riguarda solo chi ne soffre ma anche chi sta più vicino: i figli dei pazienti sono quelli che ne risentono di più (a dirlo è il 52% degli italiani contro il 57% del resto dei Paesi europei). Il 41% dei pazienti italiani con emicrania dichiara di avere una diagnosi dopo più di 2 anni (un dato inferiore rispetto a quello registrato negli altri Paesi Ue, al 47%), ma si dichiarano abbastanza soddisfatti - una volta che la loro patologia è presa in carico - della relazione con il medico curante (66% di soddisfazione contro il 61% della media generale).

Lo studio è stato mostrato nel corso della presentazione di "Colpo di testa. I tuoi diritti su emicrania e cefalea", una campagna di sensibilizzazione e informazione di Cittadinanzattiva avviata con il contributo incondizionato di Teva.

"Con la legge 81/2020, l'emicrania è stata ufficialmente riconosciuta come patologia cronica invalidante, ma ancora tante sono le lacune informative con cui devono fare i conti i cittadini che ne soffrono, in gran parte donne giovani e in età lavorativa. È una sfida, quella dell'informazione e della consapevolezza su questa patologia, con cui deve confrontarsi il nostro Servizio sanitario nazionale nell'ottica di una maggiore sostenibilità anche economica nella gestione dell'emicrania come patologia sociale rilevante e soprattutto nel garantire uguali diritti ai cittadini", dichiara Anna Lisa Mandorino, vice segretaria generale di Cittadinanzattiva. "C'è ancora molto da fare - aggiunge - per migliorare l'informazione, per orientare la persona ai servizi (Centri cefalea accreditati), di modo che si giunga a una adeguata e tempestiva presa in carico dei pazienti, a una diagnosi precoce e possa essere garantito l'accesso alle terapie più innovative, in grado non solo di intervenire sui sintomi ma anche di prevenirli".

Secondo i dati di un'indagine Censis del 2019, l'emicrania è una malattia che colpisce circa un miliardo di persone del mondo (il 12%) di cui 136 milioni solo in Europa. È la terza patologia più diffusa e colpisce tre volte di più le donne rispetto agli uomini, specie nella fascia d'età tra i 25 e i 55 anni. Per otto pazienti su 10 è il dolore a penalizzare di più perché condiziona la vita sociale, lavorativa e familiare. I pazienti dichiarano di avere in media circa dieci attacchi al mese che, se non debitamente trattati, durano in media 24-48 ore (46%), oltre le 48 ore (34,1%), meno di 24 ore (19,9%).

In collaborazione con:
TEVA ITALIA

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