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Carbon Tracker: investire nel carbone farebbe sprecare 600 mld di dollari

Ue in testa nel mercato energetico sostenibile.

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“Il carbone è stato a lungo considerato l’opzione meno costosa per la produzione di energia in tutto il mondo. Ma questa convinzione sta rapidamente cambiando”. A dirlo è il rapporto “How to waste over half a trillion dollars: the economic implications of deflationary renewable energy for coal power investments” pubblicato da Carbon Tracker, think tank finanziario che effettua analisi sull'impatto della transizione energetica sui mercati dei capitali e sui potenziali investimenti in combustibili fossili.

Una confluenza di numerosi fattori sta sconvolgendo il primato posseduto a lungo dal carbone. “Entro il 2030, l’energia rinnovabile diventerà un’opzione più economica rispetto alla gestione delle attuali centrali a carbone” affermano i ricercatori. Oltre la metà di queste ultime, infatti, costa di più rispetto all’eventuale costruzione di strutture di energie rinnovabili. “I governi e gli investitori dovrebbero annullare i progetti di energia legati al carbone, o sprecare 600 miliardi di dollari in investimenti”.

Aree del mondo dove le energie rinnovabili sono più economiche del carbone

In un precedente rapporto del 2018 di Carbon Tracker, “Powering down coal: navigating the economic and financial risks in the last years of coal power”, i ricercatori avevano già individuato il calo dei costi delle energie rinnovabili, anche grazie alle vigenti normative sull'inquinamento dell'aria, capaci di minare il carbone come opzione più economica per la produzione di energia. A causa della deflazione dei prezzi delle energie rinnovabili, dunque, i ricercatori avevano concluso che l’utilizzo del carbone sarebbe diventato antieconomico, prevedendo che entro il 2025 gli investimenti in nuove energie rinnovabili avrebbero battuto quelli nel carbone, in ogni mercato. “Utilizzando dati aggiornati, riteniamo che queste conclusioni siano state troppo conservative” affermano i ricercatori.

Inoltre, un altro fattore che spingerà a un uso sempre più diffuso delle energie rinnovabili risiede nel carattere economicamente obsoleto degli odierni impianti a carbone, calcolato in base al Lmrc (Long run marginal cost), ovvero il costo di gestione di un'unità di carbone (che comprende i costi di acquisto, trasporto e produzione). Questa tendenza è più pronunciata nell'Unione Europea, per due ragioni: gli elevati prezzi del carbone e gli anni di investimenti nelle energie rinnovabili. “Gli Stati Uniti, la Cina e l'India non sono molto indietro rispetto all'Ue”. Nei mercati in cui le energie rinnovabili devono ancora superare quelle a carbone si registra invece la scarsa capacità di elaborazione di politiche sostenibili. Ad esempio, in diversi mercati dell'Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico) e in Giappone non esiste ancora una strada per un mercato abbastanza affidabile da attrarre capitali globali, come invece accade nei mercati Ue e Usa.

“Esistono attualmente 499 Gigawatt (Gw) di capacità di carbone annunciata, consentita, autorizzata e in costruzione in tutto il mondo, con un costo di investimento di 638 miliardi di dollari” avverte il Carbon Tracker. “Se i finanziatori e i policy maker decidessero di costruire e gestire questi 499 Gw di carbone, sulla base della nostra analisi possiamo afferma che non sarà stata la scelta più economica”. Inoltre, secondo una recente ricerca di Climate Analytics, sulla base delle tematiche trattate nella 52esima sessione dell’Ipcc, entro il 2030 il consumo globale di carbone nella produzione di elettricità dovrà scendere dell'80% rispetto ai livelli del 2010 per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.

Il think thank si sofferma inoltre sulle prospettive post-Coronavirus per il mercato energetico cinese, dove il governo dovrà rivelarsi in grado di ridurre gli investimenti nel mercato del carbone. Circa il 70% della produzione energetica a base di carbone operativa in Cina costa infatti di più rispetto alla costruzione di nuovi impianti eolici onshore o fotovoltaici, e nonostante ciò la Cina ha in costruzione 99,7 Gw di strutture alimentate a carbone, mentre altri 106 Gw sono attualmente in varie fasi di pianificazione. La Cina deve cogliere l’opportunità, una volta uscita dalla crisi, di distribuire il capitale in modo più efficiente, evitando “investimenti economicamente gravosi, nonché disastrosi dal punto di vista ambientale”.

 

di Flavio Natale

mercoledì 25 marzo 2020

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