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24 maggio, 20:31 Sport

Il Lille campione di Francia certifica la fine delle egemonie

Come in all'Italia, passando per Scozia, Portogallo e persino in Spagna

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Ligue 1 championship trophy ceremony in Lille © ANSA

 Il Lille campione certifica la fine delle egemonie del calcio in Europa. Dalla Francia all'Italia, passando per Scozia, Portogallo e persino Spagna la stagione della pandemia, che ha costretto tutti i campionati a rivedere i propri calendari in virtù dell'emergenza sanitaria da Covid, ha segnato infatti in mezza Europa la fine di domini calcistici che apparivano indiscussi, almeno fino a 12 mesi fa. Un cambio di guardia al vertice che non può essere casuale, dal momento che investe tre dei cinque principali campionati continentali.

 

 Indicando nuovi quanto inediti equilibri di forza, non si sa quanto duraturi, dentro tornei abituati a lunghi e ininterrotti monologhi. E' il caso del campionato francese, vinto sulla linea del traguardo dal Lilla, davanti al Paris Saint Germain, la corazzata del calcio transalpino, che si era aggiudicata le ultime tre Ligue 1, addirittura sette delle ultime otto edizioni. L'ultimo trionfo del Lilla risaliva al 2011, ovvero dieci anni fa, la stessa lunga attesa patita dei Rangers, tornati a primeggiare in Scozia (per la 55esima volta) dopo nove anni di dominio incontrastato dei Celtic. Se in Italia l'Inter ha detronizzato la Juventus che inseguiva il decimo alloro consecutivo, in Portogallo l'ex squadra di Cristiano Ronaldo, lo Sporting Lisbona, ha posto fine ad una diarchia durata 18 anni, durante la quale il Porto ha raccolto 11 titoli nazionali, il Benfica sette. Non meno evidente la supremazia di Barcellona e Real Madrid nella Liga, vinta dalle due regine di Spagna per 15 volte (complessivamente) negli ultimi 16 anni.

 

L'unica eccezione risaliva al 2014 quando l'aveva spuntata l'Atletico guidato dal Cholo Simeone, che si è ripetuto quest'anno, proprio all'ultima giornata. Al termine di una stagione che - in tutti i paesi - è stato un frullatore di fatica e stress, compressa in soli otto mesi, senza di fatto soluzione di continuità, né adeguata preparazione prima del via. Perché già la scorsa annata, a causa dei tre mesi di interruzione che tutti i campionati avevano osservato in primavera, era terminata ampiamente fuori tempo massimo, sconfinando in estate. E per chi era andato avanti nelle coppe europee, le vacanze si erano limitate a meno di due settimane. Determinando un sovraccarico di fatica psico-fisica che, probabilmente, le squadre meno affamate di vittorie, o di voglia di riscatto, hanno subito maggiormente rispetto a chi ha saputo concentrarsi sull'obiettivo. Mettendo da parte le preoccupazioni personali, le distrazioni da Covid, la monotonia di una stagione che non ha concesso mai sollievo. Una stagione unica e (auspicabilmente) irripetibile, anche nella coincidenza delle sue sorprese.

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