Nuova tensione Giappone-Corea Sud su 'donne conforto'

E a Seul un monaco si dà fuoco per protesta

(ANSA) - TOKYO - A poco più di un anno dalla ratifica dell'accordo tra Giappone e Corea del Sud sulla vicenda delle 'donne di conforto', riappare l'acrimonia tra Tokyo e Seul per una delle numerose questioni legate all'interpretazione della storia tra i due Paesi, da lungo tempo incapaci a migliorare i loro rapporti bilaterali. E a Seul un monaco per protesta, si dà fuoco, e versa in gravi condizioni.

Il religioso di 64 anni - hanno comunicato le autorità sanitarie - ha estese ustioni di terzo grado, gravi danni a organi vitali e non respira autonomamente. L'uomo si è dato fuoco nella tarda serata di ieri durante una manifestazione indetta per chiedere le dimissioni della presidente Park Geun-hue.

 La ferita è stata riaperta con la recente collocazione di una statua di una giovane donna davanti al consolato giapponese di Busan, in Corea del Sud: il governo giapponese ha quindi deciso il richiamo temporaneo del proprio ambasciatore da Seul e il console nella rappresentanza a sud del Paese. La statua eretta simboleggia la vicenda delle 'confort women', circa 200 mila donne - secondo gli storici - prevalentemente di nazionalità coreana, ma anche cinesi, indonesiane e filippine, costrette a lavorare come schiave del sesso per le truppe militari giapponesi di stanza in Asia, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
    "Il provvedimento adottato è una chiara dimostrazione del nostro convincimento - ha detto il capo di Gabinetto giapponese Yoshihide Suga -. Dobbiamo lavorare per garantire la stabile implementazione dell'accordo". Suga si riferisce all'intesa sottoscritta nel dicembre del 2015 dalle due Nazioni, in cui il Giappone si era impegnato a versare un fondo del valore di un miliardo di yen (l'equivalente di 7,5 milioni di euro) alle famiglie delle donne coinvolte e alle superstiti; in cambio Seul si impegnava a non sollevare la questione in ambito internazionale. Il compromesso raggiunto dalle due parti era considerato finale e irreversibile. Oltre al richiamo 'simbolico' dell'ambasciatore e del console, Tokyo ha sospeso l'erogazione del fondo e interrotto il dialogo di cooperazione economica tra i due Paesi. Il ministero degli Esteri coreano, da parte sua, ha espresso disappunto per la decisione presa dal governo nipponico, ricordando la necessità di una maggiore fiducia reciproca tra le parti, malgrado le divergenze di vedute. Tokyo giudica la presenza della statua una violazione della Convenzione di Vienna, che impone il mantenimento della pace e la salvaguardia della dignità delle rappresentanze consolari all'estero. Il governo coreano ribadisce invece che la decisione di rimuovere la statua, posta da un gruppo di attivisti, spetta alle autorità locali. In un editoriale il quotidiano conservatore giapponese Yomiuri Shinbun, accusa la Corea del Sud di "riesumare gli eventi storici con il Giappone col solo fine di non rispettare le leggi nazionali e internazionali, oltre agli accordi con le Nazioni straniere. Un atteggiamento che non può che condurre ad una regressione dell'immagine del Paese all'estero". Diverso il giudizio del giornale liberale giapponese Mainichi, che all'indomani della visita del premier conservatore Shinzo Abe a Pearl Harbour a fine dicembre, ha ricordato come l'annessione della penisola coreana dal 1910 al 1945, e la brutale invasione della Manciuria in Cina, nel 1931, rappresentano controversie che al pari del processo di redenzione avviato con gli Stati Uniti dovranno essere sanate dall'attuale amministrazione, con umiltà e con un senso di introspezione sul passato. 
   

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