Renzi, avanti su riforme, o ci riesco o mi fanno fuori

Il voto sul Senato sarà il 10 giugno

Nel giorno in cui, per la prima volta, deve mediare e cedere un pò di sovranità per non far affossare la riforma del Senato, Matteo Renzi avverte che l'eccezione non diventerà la norma. E lui non cambia stile. "O riesco a fare le cose o me ne vado e se ne trovino un altro", è l'aut aut che rinnova nel salotto di Bruno Vespa, garantendo che lui non diventerà "un pollo da batteria" della politica. E, chiuso un fronte, domani il premier ne apre un altro, quello della riforma della pubblica amministrazione, già consapevole che "farà discutere". Con la campagna elettorale che entra nel vivo, Renzi ha deciso di anteporre "ai quotidiani fuochi di artificio" di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo il profilo di chi fa promesse e le mantiene stando dalla parte dei cittadini. Rivendica il decreto degli 80 euro, "per il Cav e Grillo sono pochi perchè loro ne hanno tanti". Insiste sulla novità delle misure del governo che "per la prima volta fa pagare chi non ha mai pagato". Ma, ribatte al Cav, "lo ringrazio per il simpatico, ma certo non sono un tassatore". Visto che "meno politici ci sono in giro e più sono i posti di lavoro per combattere la disoccupazione giovanile". Slogan che i critici bollano come demagogiche ma Renzi dà poco peso alle critiche. E molto agli impegni presi insediandosi al governo. Anche perchè se non riesco "mi fanno fuori politicamente", sa bene il leader Pd, da poco alla ribalta della politica nazionale ma conscio della velocità con cui leader e premier vengono archiviati. Per portare a casa le riforme, il segretario Pd si dice pronto a "compromessi".

Ma non a farsi fermare. Nè dai tecnici della Regioneria che- dice- "mi avevano smontato il decreto dalla a alla z". Ma poi lui- spiega- si è imposto. Nè dalle associazioni di categoria, siano magistrati (dall'Anm "frasi offensive e sbagliate") o sindacati. Ed infatti domani la riforma della P.a arriva a Palazzo Chigi e prima dell'approvazione sarà sottoposta "ad una forma di consultazione ma non ad un referendum". La "rivoluzione" della pubblica amministrazione, che il premier vuole, "è la più difficile, non basta la Nasa, ci vorrebbero i Marines". E si basa su una filosofia che Renzi riassume nella sintesi di 2 tweet: semplificare dando un Pin ad ogni cittadino per entrare negli uffici pubblici. E "beccare i fannulloni e farli smettere, valorizzare i tanti non fannulloni dando un premio a chi non è fannullone incentivando gli scatti di carriera e magari lo stipendio". Il premier non vuole generalizzare come fece Brunetta, liquidando come fannulloni tutti i dipendenti pubblici. "Non la facciamo contro la pubblica amministrazione ma coinvolgendola e sfidandola", sostiene assicurando che il numero degli 85mila esuberi, dati da Carlo Cottarelli, "è teorica" e che "nessuno sarà licenziato". Renzi preferisce convincere a votare Pd con i fatti, evitando attacchi politici. Pur sicuro che il Cav "ha interesse" a rispettare il patto del Nazareno, lo stoppa sugli attacchi alla magistratura: "Non la penso come lui, io rispetto, chiedendo lo stesso rispetto, le sentenze della magistratura. Si possono rimettere in discussione? Non commento e le rispetto". Poi difende il Capo dello Stato dagli attacchi da Fi ed M5s rinnovandogli la "stima e l'affetto profondo". Più vis polemica invece gli provoca Grillo: "Non ha a cuore l'Italia ma il suo spettacolo", si sfila dal confronto e dalle riforme perchè "vuole che l'Italia vada male".

Premier in pubblico attacca,al Senato media
E smina minoranza Pd- Forza Italia. Bene voto anche il 10 giugno
Matteo Renzi usa il bastone e la carota sulla partita delle riforme. In pubblico attacca a testa bassa i frenatori ma quando arriva al Senato parcheggia in garage il rullo compressore e smette di correre per mediare: e ciò basta ad allentare un pò la tensione che si era creata tanto in seno al Pd, quanto con Forza Italia, che torna ad essere della partita come testimonia una riunione serale tra i capigruppo Paolo Romani, Luigi Zanda e la relatrice Anna Finocchiaro. Incontrando la mattina i senatori del Pd, il premier ha detto che il "si" alla riforma può anche andare oltre il 25 maggio, sganciando quindi le riforme dalla campagna elettorale, che stava rendendo impraticabile il percorso, con Berlusconi che bombarda con le sue dichiarazioni mentre i suoi senatori dovrebbero dialogare nelle Aule. La giornata è iniziata in realtà la sera di lunedì con un incontro tra il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerrini con Denis Verdini e Paolo Romani. Gli "azzurri" hanno detto chiaramente che non lasceranno a Renzi e ai dem l'atout elettorale di una approvazione delle riforme prima delle europee: sono però interessati alla loro realizzazione con alcuni cambiamenti al ddl del governo: gli stessi indicati da molti senatori del Pd, su cui oggi Renzi ha aperto il dialogo. La novità non sta tanto nell'aver accolto alcune modifiche, su cui il ministro Maria Elena Boschi sveva già dato la disponibilità, quanto nella frenata sui tempi che ha garantito FI (ma diversi senatori di Fi come Augusto Minzolini, arricciano ancora il naso). La frenata è stata vista anche dai senatori Pd, dubbiosi sul testo del governo, come la disponibilità ad un confronto vero. Per questo alla fine tutti, anche Vannino Chiti, hanno parlato di "clima nuovo" e "passi avanti".

Nel merito Renzi ha detto sì ad un Senato con un maggior numero di rappresentanti delle Regioni rispetto ai sindaci (l'attuale testo dice 50/50), con in più una ponderazione dei senatori di ciascuna Regioni in base al peso demografico (il ddl assegna a tutte 6 senatori). Un passo indietro ci sarà anche sui 21 nominati dal Quirinale. Sul vero nodo, cioè l'elezione dei senatori o da parte dei Consigli regionali o direttamente da parte dei cittadini come chiede Chiti, Renzi ha avanzato una mediazione inaspettata: lasciare che ogni singola Regione legiferi sulle modalità di elezione dei propri senatori. Tecnicamente la soluzione solleva dubbi, per la disomogeneità delle rappresentanze in Senato di ciascuna Regione. Con espressione efficace Miguel Gotor ha detto che Renzi ha "volutamente tirato la palla in tribuna" nel senso che la proposta ha lo scopo di far capire la volontà di confrontarsi, anche sforando la fatidica data del 25 maggio. Non a caso in Commissione affari costituzionali i relatori, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, hanno annunciato che il testo base sarà presentato non domani, 30 aprile, bensì martedì 6 maggio, e che esso recepirà rispetto al ddl del governo gli elementi maggiormente condivisi emersi nel dibattito. "Non c'è stata apertura del premier - ha commentato Donato Bruno di Fi - ha solo dovuto prendere atto della situazione, altrimenti il governo andava sotto".

In serata, da Bruno Vespa, Renzi, tira fuori il bastone e mette i puntini sulle "i": "Siccome la polemica era che l'iniziativa era solo a fine elettorale, vi mostriamo che non è così e arriviamo al 10 giugno per il voto in prima lettura. Basta che non sia un modo per rinviare", perché allora si rimette sul tavolo la pistola delle dimissioni dal governo e dal Pd, è la sintesi del suo ragionamento. "Se posso fare le cose che posso fare le faccio, se hanno bisogno di uno che nasconde le cose, prendano un altro", non resto qui "a tutti costi".

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