Libro del giorno: Palmadoro, un piccolo grande cinema

Giustiniani racconta la storia di un'utopia diventata realtà

 CORRADO GIUSTINIANI, "PALMADORO - La grande storia di un piccolo cinema" (Edizioni Sabinae, 175 pagine, 12 euro).
    Il paesaggio è quello che ti entra nel cuore, la storia di quelle che andrebbero incorniciate nella memoria per la qualità e la quantità di significati: edificante, drammatica, eroica in fondo nel suo minuscolo contesto senza confini. Al centro c'è una famiglia, i Palma che attraverso le generazioni nel piccolo borgo di Trevignano, sulle rive del lago, portano avanti con un'utopia realizzata il sogno di regalare alla comunità un sogno che è il loro, una sala cinematorgrafica. In questo momento storico così difficile per il cinema, e con le sale chiuse ancora una volta che toccano il fondo di una crisi epocale accelerata da una pandemia, la vicenda raccontata da Corrado Giustiniani in Palmadoro non è solo poetica ma drammaticamente attuale.
    All'inizio c'è un carpentiere addetto alla costruzione delle navi, Fabio, che in un piccolo villaggio di contadini e pescatori sulle rive del lago di Bracciano: poco più di mille abitanti, più somari, pecore e galline. Un giorno, verso la fine del 1939, dopo aver visto un film fu colto dalla folgorazione: il suo paese meritava un cinematografo. Così andò a Roma, comprò un proiettore "modello Balilla", lo piazzò nel suo laboratorio di falegnameria e nel 1940 iniziò le proiezioni con Frutto acerbo di Carlo Ludovico Bragaglia. Chi non aveva i soldi per il biglietto, pagava con frutta e uova. E' il primo atto, di una serie di morti e rinascite, di questo piccolo cinema che nel 2020 ha compiuto 80 anni di vita, e che è stato fra i primi in Italia a riaprire le sue due sale al chiuso e la spettacolare arena estiva dopo il lockdown imposto dall'emergenza Covid.
    Nonno Fabio muore nel 1944, mentre viaggia sulla Cassia col suo furgone a tre ruote, colpito da un aereo americano. Poi il figlio Fernando, che ritrova in una cassa, sotto terra, il proiettore messo al sicuro dal padre, e ricostruisce il cinema assieme ad Angelo Parissi, il fidato proiezionista, che avrebbe lavorato al Palma sino alla soglia dei novant'anni. Il cinema dopo la guerra viene distrutto nuovamente da una tromba d'aria nel 1954. Quindi Fabio, omonimo di tanto nonno, che alterna l'attività del benzinaio di fronte a quella del cinema perchè la sala non è certo fonte di reddito per la famiglia ma rimane una passione, un ''dono'' alla comunità presto sostenuto anche dal gruppo di intellettuali illuminati che negli anni si trasferiscono ai bordi del lago e fanno loro la battaglia di quattro generazioni della famiglia Palma. "Il benzinaio con la passione della celluloide", salva nuovamente a metà degli anni 80 il cinema dalla chiusura, trasformandolo in cinema d'essai, prima con il Premio Aiace per il miglior regista esordiente dell'anno, poi col Festival internazionale "La cittadella del Corto" e infine con la rassegna a tema "Trevignano FilmFest".
    Adesso ad aiutare Fabio è il primogenito Francesco, al quale è affidato il futuro ma anche la memoria: dalla spettacolare proiezione in piazza di Amarcord, a Michelangelo Antonioni venuto a festeggiare i suoi novant'anni, al tripudio di folla attorno a Carlo Verdone. (ANSA).
   

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