Raffaello, il giovane favoloso

Da Fornarina a Leone X con D'Orazio a raccontare sono i ritratti

COSTANTINO D'ORAZIO, 'RAFFAELLO. IL GIOVANE FAVOLOSO' (Skira editore, pp.184 - 16,00 euro)

"Quando ha girato la tavola, al termine del lavoro, mi sono sorpreso anch'io dell'intensità del mio sguardo. Non mi ero mai reso conto di quanto fossero carnose le mie labbra e quale sensualità fossi capace di esprimere. Quella mano sul petto è talmente languida da simulare modestia e timidezza, due qualità che non mi sono mai appartenute. Sembro un ragazzo ingenuo, dolce e affabile, ma soprattutto innamorato". A parlare è Bindo Altoviti (1491-1557) figlio del potente banchiere fiorentino Antonio, nemico degli illuminati Medici, ma mecenate di tre Maestri del suo tempo come Benvenuto Cellini, Antonio da Sangallo e Raffaello (1483 - 1520), il "divin pittore", genio indiscusso del Rinascimento italiano, di cui nel 2020 ricorre il cinquecentenario della morte.
    Solo la pandemia ha sospeso, temporaneamente, il fiorire di mostre ed eventi a lui dedicati nell'anniversario, come la grande esposizione alle Scuderie del Quirinale, la cui riapertura è annunciata per il 2 giugno.
    A raccontare il suo genio, da un inedito oltre che insolito punto di vista, è ora Costantino D'Orazio - storico dell'arte presso la Sovrintendenza capitolina ai beni culturali, oltre che curatore e volto della rubrica AR-Frammenti d'arte su Rainews24 - in "Raffello. Il giovane favoloso", in libreria per Skira. Non una biografia, ma un volume a metà tra saggio e memoir, in cui l'autore per la prima volta prova a dar voce ai personaggi che il Maestro ritrasse nei suoi dipinti.
    "Raffaello - spiega D'Orazio - è l'unico artista del suo tempo a fare un uso chiaramente politico della pittura. Ogni dipinto, olio o affresco, risponde a una strategia precisa che mira ad aumentare il suo prestigio e la sua influenza nel mondo della cultura, nel mercato dell'arte e nelle questioni di potere, in qualsiasi città si trovi a lavorare. In questo preciso disegno, i ritratti assumono un ruolo fondamentale".
    Ogni dipinto, dunque, diventa non più prova di abilità, ma strumento di relazione. "I committenti sembrano quasi spogliarsi della loro uniforme ufficiale e mettersi a disposizione del suo sguardo sottile e indagatore", scrive ancora l'autore. E Raffaello, da maestro qual è, riesce a cogliere debolezze e storie personali, fragilità e aspirazioni dei suoi soggetti, quasi che il ritratto diventi incarnazione di un "ascolto" della sua anima.
    Nel libro, uno dopo l'altro, a raccontare l'incontro con Raffaello sono Giulio II, colto in una malinconia che riesce a redimere la sua reputazione, mortificata dalle sconfitte militari appena subite. Fedra Inghirami, il dotto umanista, che grazie a Raffaello può spacciare il proprio strabismo per uno sguardo intellettuale, sempre in preda all'ispirazione. E poi Leone X nel celeberrimo ritratto con i Cardinali de' Medici e de' Rossi, Pietro Bembo o i colleghi e "rivali" (dei quali, a differenza di Raffaello, ci restano centinaia di lettere e appunti scritti), dal concittadino Donato Bramante (che suggerì il nome dell'urbinate per dipingere le Stanze Vaticane) a Michelangelo Buonarroti, offeso per come venne ritratto nella Scuola di Atene, e Leonardo da Vinci, cui lo legava invece reciproca ammirazione. Fino al suo dipinto forse più celebre, di certo il più amato: la Fornarina, oggi custodita a Palazzo Barberini. Figura forse leggendaria, molto probabilmente di umili origini (si dice fosse la figlia di Francesco Senese, fornaio di Trastevere), Raffaello conservava il dipinto nel suo studio. "Non mi ha ritratta come una cortigiana, ma come una promessa sposa - racconta lei oggi nel libro di D'Orazio -. Come la Laura di Giorgione, anche lei col prosperoso seno nudo, come Mona Vanna di Leonardo o come Pancaste, la concubina di Alessandro Magno ritratta da Apelle nell'antichità".
   

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