Fatina Sed, quel numero sul polso di nonna

Biografia di una vita in più, l'Olocausto e le altre generazioni

 (ANSA) - ROMA, 4 APR - FATINA SED, 'BIOGRAFIA DI UNA VITA IN PIU'' (A cura di Anna Segre e Fabiana Di Segni, elliot. Pag. 91, Euro 13,50).
    ''Io credo che ciascuna delle persone sopravvissute in Germania sia libera solo in apparenza, credo che il suo corpo sia libero, ma il suo cervello sia rimasto prigioniero in quei lager dove ha visto morire milioni di persone. Purtroppo non basta una vita intera per dimenticare quei forni crematori che bruciavano giorno e notte, le frustate, le rasature, il numero, il freddo e la fame, tutto solo perchè un uomo di nome Hitler voleva la sua 'razza' superiore. Capisco ora che ci vuole tanto coraggio per vivere e non contano le ricchezze che hai''. Fatina Sed è una bambina di 13 anni quando, una mattina lei la madre e il fratello che erano nascoste e in assoluta povertà da mesi, vengono arrestate dai soldati tedeschi e deportate ad Auschwitz.
    E' lei stessa a raccontarlo, a cinquant'anni di distanza, nel diario ritrovato dalle nipoti e ora pubblicato dalle edizioni elliot, a cura di Anna Segre e Fabiana Di Segni. Quello che colpisce di questo libro intenso è la straordinaria semplicità con cui la donna, che sembra avere ancora gli occhi di ragazza, racconta quelle tragiche, indescrivibili vicende. Solo lei infatti, e il fratello Alberto riuscirono a sopravvivere alle insensate, assurde difficoltà e torture, nel campo. La madre scompare subito, dal primo momento, quando nell'arrivo al campo, dopo essere scese da quel treno dove erano state stipate come animali per giorni, sceglie di seguire Emma, la sorella più piccola mandata con i più deboli, si saprà dopo, a immediata morte. ''Tesoro, tu non puoi venire con me, devi guardare e aiutare tua sorella, tu sei più sveglia, lo sai che lei è timida e vergognosa. Non ti preoccupare, ci rivedremo tutti al campo''.
    Ma queste saranno le sue ultime parole, le ultime tracce di una famiglia distrutta. Neanche la sorella Angelica tornerà mai indietro, consumata dalla fame e dalla fatica negli ultimi giorni prima della liberazione. Solo lei e il fratello torneranno vivi anche se lei dopo essere stata sottoposta ad una serie di iniezioni sperimentali che le causeranno una obesità che lei non esita a definire ''mostruosa'' nella maturità.
    Fatina non riesce a raccontare, il resto della sua esistenza è chiuso nel silenzio, e quando racconta il suo racconto è così crudo da non trovare nemmeno le parole ''tecniche'' che poi tanti di quegli eventi avranno assunto negli anni, consegnati alla pagina più dolorosa della nostra storia. Tutto si chiamerà come lo avrebbe chiamato lei, come lo chiamava lei, ragazza di 13 anni che vede mucchi di cadaveri, obbligata ai lavori forzati, in un campo avvolto in un fumo nero e maleodorante quanto inspiegabile. Non c'è nemmeno dolore nell'assurdità, nella totale impossibilità di comprendere l'assurdo. Non riesce a parlarne con le figlie, la terza figlia, Enrica, lo scopre addirittura quando ha 20 anni e non si libera più di quella sensazione di essere figlia del silenzio. Fatina riesce a parlarne con le nipoti, con quelle bambine che ingenuamente le chiedono da subito che cos'è quel numero che ha tatuato sul braccio, ed è anche questo dialogo tra le generazioni, uno dei tanti elementi di interesse del libro, il dialogo e il silenzio, tra chi ha vissuto l'Olocausto e chi è totalmente lontano, anche nel ricordo, da un mondo che è solo Storia. La nipote Fabiana invece, già a 12 anni riesce a parlarne con la nonna, sarà a ritrovare, guidata da un sogno, quel quaderno rimasto nascosto in un cassetto. ''Come hanno fatto nonna Fatina e zio Alberto a tornare da Auschwitz? Da Auschwitz non si torna. Forse il corpo si sposta, ma tutte le notti Auschwitz si ripresenta''.
   

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