Achille Lauro, noi artisti non siamo educatori

Artista in gara all'Ariston con il brano Rolls Royce

Tatuaggi sul viso e completo elegante grigio perla. Achille Lauro e le sue due anime: poeta maledetto e manager di se stesso in carriera. "Sì, facciamo 50% e 50%. Con la mia arte ho creato un business. Ma alla base di tutto c'è la mia passione per la musica". In pochi anni Achille Lauro, un'adolescenza complicata tra eccessi e disagi familiari, è passato dai garage adibiti a studio della periferia romana ai concerti nei club più importanti d'Italia (con una puntatina in tv come concorrente a Pechino Express nel 2017 insieme al fidato produttore Boss Doms) per approdare ora sul palco dell'Ariston, in gara tra i 24 cantanti al Festival di Sanremo (5-9 febbraio).

"Negli ultimi tempi - racconta il 28enne romano - la domanda che mi sono più spesso sentito fare è stata: 'ma davvero vai al festival'? E perché non avrei dovuto? Siamo trasversali, facciamo quello che vogliamo (e parla al plurale, includendo Boss Doms che sarà con lui sul palco, ndr). Siamo il nuovo pop, la nuova musica che avanza e occupiamo tutti gli spazi che possiamo. Avevamo un brano adatto, sperimentale, una piccola opera d'arte, che sorprenderà anche i nostri fan. E soprattutto chi ha detto che il festival è anti-giovani e anti-musica bella?".

Un'evoluzione musicale, "anche se tutti i miei dischi raccolgono le mie evoluzioni, trovi brani trap, ma anche pianoforte e voce". Anche il prossimo, promette, che uscirà in primavera per Sony, sperimenterà nuove strade. Rolls Royce, titolo del brano in questione, "non è trap, non è neanche una canzone d'amore. E' un nuovo rock'n'roll", spiega Lauro (il suo vero nome all'anagrafe), che è atteso da un 2019 particolarmente intenso. Non solo Sanremo. Non solo il tour che prenderà il via dal 10 maggio. Oggi è uscito anche "Sono io Amleto" (Rizzoli), una biografia non-biografia, un viaggio nel suo mondo psichedelico, visionario, malinconico e poetico, che va di pari passo con il docufilm "Achille Lauro no Face 1", un documentario sul suo mondo e sui suoi progetti che sarà in sala il prossimo autunno. "Il progetto completo prevede una trilogia: questa prima parte racconta il passato, racconta da dove sono arrivato. Perché la musica ha bisogno di una storia dietro e chi mi ascolta deve sapere quale è la mia storia. Poi ci sarà il racconto dei primi passi e infine dove sono arrivato. Il business di oggi. E' una storia a lieto fine". Già, perché poteva non essere così. "Un angelo mi ha protetto fino a oggi - scrive nel suo libro -. Mi facevo per noia, per solitudine, per divertimento ma poi sono cominciate le tragedie, gente che se ne andava. Da un giorno all'altro ho detto basta con la droga. Avevo 21 anni. Quando ho capito che la musica era la mia strada".

E la droga è finita in tante sue canzoni. Come in quelle del collega Sfera Ebbasta, indagato qualche giorno fa per istigazione all'uso di stupefacenti, dopo i fatti di Corinaldo. "I ragazzi ci vedono come un esempio e sicuramente noi come artisti abbiamo delle responsabilità, ma non possiamo diventare capri espiatori. Altrimenti dovremmo mettere al bando gente come Amy Winehouse o Jim Morrison", rivendica Achille Lauro. "Raccontiamo quello che succede. La droga esiste, nelle periferie come nel mondo dello spettacolo. Ma le persone capiscono il messaggio che mandiamo. Noi non siamo educatori e la musica ha dietro storie e persone".

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