Moravia, trent'anni dopo ci manca l'intellettuale

Dacia Maraini, oggi sarebbe saggio e profondo su paura pandemia

Alberto Moravia, di cui il 26 settembre ricorrono i 30 anni dalla scomparsa (a 83 anni, il 26 settembre 1990), "certamente oggi saprebbe dirci qualcosa di saggio e di profondo sulla paura che la pandemia sta suscitando e sull'ironia e lo spirito critico con cui andrebbe affrontata questa minaccia'', sottolinea Dacia Maraini, che fu a lungo suo compagna. Ed è proprio questo, senza dimenticare lo scrittore, che più ci fa sentire la sua mancanza: la sua capacità di intervenire e avere delle idee sui fatti del mondo. Molti lo criticavano per questo, per il suo dire quel che pensava un po' su tutto a 360 gradi, ma non erano interventi tecnici, erano interventi di un intellettuale ancora, potremmo dire, umanista, capace di riflettere su cose e uomini in modo di rara intelligenza e lucidità.

Oggi quindi sono da rileggere certamente molti dei suoi saggi, ed è sempre la Maraini che ci dice: ''Dovremmo ricordare le parole profetiche che si trovano nel saggio 'L'uomo come fine', in cui tratta i pericoli di una società del mercato in cui tutto si compra e si vende, comprese le persone e le idee, pericolo che lui vedeva molto vicino'', e che oggi è diventato purtroppo di pressante attualità. Saggio che dà il suo titolo esemplare a una sua raccolta di interventi, cui seguono quelli di ''Impegno controvoglia'' e ancora ''L'inverno nucleare'', legato alla sua battaglia pacifista per il ''tabù della guerra'' e contro la bomba atomica, e il ''Diario europeo'' della sua esperienza da europarlamentare eletto nel 1984 come indipendente nelle liste del Pci. Poi ci sono i suoi libri di viaggio, a cominciare da quelli sull'Africa. Da ricordare, infine, le sue particolari e stimolanti recensioni cinematografiche.

A questo punto, senza assolutamente metterla in secondo piano, è doveroso sottolineare la sua opera di narratore citando, tra la ventina di suoi romanzi, quelli che certamente ci parlano ancora più direttamente e conservano il loro senso per stile e contenuti, da ''Gli indifferenti'' a ''Agostino'' e poi ''La noia'', cui si potrebbero aggiungere per la ricerca linguistica e di un punto di vita femminile ''La romana'' e ''La ciociara''. Ma a restare particolarmente vivi e costruire una ritratto realista e critico di un'epoca e una società sono certamente i suoi Racconti (con essi vinse nel 1952 uno dei primi Premio Strega). ''Dovremmo tornare a leggerli, sono racconti che stanno nella grande tradizione Italiana della narrazione breve, da Basile a Mattia Bandello, da Boccaccio a Verga, raccontando il nostro paese con ritmo di trotto, uno sguardo di falco e due occhi da lince'', invita Dacia Maraini, sintetizzando con tre metafore incisive la loro qualità.

Alberto Moravia, nato nel 1907 e il cui vero nome era Alberto Pincherle, convalescente per un attacco di tubercolosi ossea da giovanissimo, che lo costrinse a letto per 5 anni e gli impedì studi regolari, cominciò ventenne, ancora in convalescenza, a scrivere quello che forse resta il suo romanzo più importante, ''Gli indifferenti'', aspro e poetico scritto nel 1925 su quella borghesia romana indolente, melensa e corrotta che covava e viziava il fascismo, che oggi ci appare come un'anticipazione dell'esistenzialismo francese. Così, nel 1960 anticipa con ''La noia'' (Premio Viareggio) un certo sentimento e inadeguatezza a rapportarsi con la realtà e passare all'azione che crescerà col tempo nella società del boom economico e verrà etichettato come alienazione. Del resto tutta l'opera di Moravia nel dopoguerra, specie dopo il sottile, delicato e intenso ''Agostino'', uscito nel 1943, ha un fondo ideologico tra marxismo e psicanalisi, che in molti romanzi sarà sin troppo evidente e preponderante, giocando sui temi principalmente appunto dell'alienazione in una società consumista e in particolare della sessualità come dato rivelatore, suscitando spesso scandalo nell'Italia democristiana e provinciale del tempo.

Insomma, la sua fu una figura centrale della cultura italiana e europea del secondo Novecento, articolata e complessa, che lo vide impegnato come narratore, ma anche come drammaturgo (''Il mondo è quello che è'', ''Il dio Kurt'', ''L'angelo dell'informazione''), come sceneggiatore di film, come critico e giornalista, sempre appunto pronto a prendere posizione, a analizzare una situazione da intellettuale, in anni in cui questo poteva avere ancora un ruolo, aiutando gli altri a capire e interrogarsi, sapendo che ''dovunque l'uomo non sia il fine, bensì il mezzo e il fine non sia l'uomo ma qualsiasi risultato materiale, noi abbiamo la pazzia. Ma di questa pazzia, appunto, è tessuta tutta la trama del mondo moderno''; ammonendo: ''Il trionfo della ragione non significa il trionfo dell'uomo. Al contrario: il trionfo della ragione, comportando l'impiego della violenza, ossia dell'uso dell'uomo come mezzo, significa la sconfitta, la distruzione, la scomparsa dell'uomo''.

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