Oggi arriva il giudizio di Standard & Poor's

Spread alto genera timori per le banche con la mina dei Btp

L'ultimo, più autorevole, allarme è arrivato dalla viva voce del presidente Bce Mario Draghi. Lo spread alto dei titoli di stato italiani verso il Bund a causa della sfida del governo con la Ue sui conti pubblici, sta già danneggiando le banche del nostro paese e il loro capitale a causa del deprezzamento dei Btp in portafoglio. Un rischio che la Borsa ha già segnalato punendo severamente nei mesi scorsi i titoli del settore (da Intesa a Unicredit passando per Ubi, Mps e Bper) che hanno perso da metà maggio, fra il 30 e il 40% a fronte di un calo di Piazza Affari del 22%. I 364 miliardi di titoli di Stato (di cui 256 Btp) in pancia degli istituti, seppure in calo, rappresentano un legame pernicioso che lega la loro sorte a quella del Paese o meglio alla percezione dei mercati della sua solvibilità e tenuta, misurato appunto dallo spread. Anche senza una recessione economica come quella vista negli anni scorsi che ha fatto schizzare i crediti deteriorati, lo spread potrebbe causare quindi una crisi bancaria di tipo sistemico. Nello scenario 'peggiore' di uno spread in continua crescita le perdite sul patrimonio causate dalla perdita di valore dei titoli dovrebbero essere ripianate. Non a caso si guarda agli stress test della prossima settimana che, negli scenari ipotizzati per verificare la solidità degli istituti, simulano una crescita del differenziale.

Gli occhi sono anche sulla revisione del giudizio di Standard and Poor's in arrivo questa sera dopo il declassamento, seppure non drastico, di Moody's. Lo stesso ministro dell'economia Tria comunque ha segnalato l'attuale livello di 320 punti 'non sostenibile'. Dagli ambienti bancari e i suoi esponenti, da diverse settimane, pur con parole misurate si esorta l'esecutivo a raffreddare lo spread segnalando gli effetti negativi non solo sulla tenuta degli istituti ma anche sulla crescita economica visto l'inevitabile ripercussione sulla capacità di erogare prestiti e a condizioni peggiori. Una crisi bancaria peraltro colpirebbe pesantemente il Pil italiano ma anche la reputazione e l'immagine dell'esecutivo e della sua maggioranza. I due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini in queste ore stanno, con sfumature diverse, sottolineando come il governo abbia in mente il problema. Per Salvini "se qualcuno ha bisogno noi ci siamo, senza fare gli interventi del passato" mentre di Maio si è limitato a rilevare come l'esecutivo stia "monitorando" gli istituti di credito. Certo, al di la' della disponibilità delle risorse pubbliche, la normativa europea impone, prima di arrivare a un intervento statale, di esplorare ogni forma di rafforzamento del capitale delle banche con capitale privato. E se l'esperienza delle venete (e ancor prima delle 4 in risoluzione) ha insegnato alle autorità europee che i costi collaterali di un bail in sono a volte maggiori e incontrollabili, non è pensabile un intervento tout court dello Stato italiano. Intervento che comunque dovrebbe comportare, per la direttiva Ue del burden sharing, il sacrificio almeno di una o più classi di azionisti/investitori. I bassi prezzi delle azioni e la scarsità di capitali di rischio privati nazionali potrebbero portare poi, secondo alcuni, a un facile shopping straniero delle nostre banche. La strada, ancora una volta, resta poco agevole per un comparto che era tornato da poco a fare utili e stava smaltendo i crediti deteriorati.

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