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Sacha Naspini tra storia e invenzione

Sacha Naspini tra storia e invenzione

Il monsignore, René e l'inquietante Villa del Seminario nel '44

ROMA, 02 marzo 2023, 10:48

Paolo Petroni

ANSACheck

SACHA NASPINI, ' 'VILLA DEL SEMINARIO ' ' - RIPRODUZIONE RISERVATA

SACHA NASPINI,  ' 'VILLA DEL SEMINARIO ' ' - RIPRODUZIONE RISERVATA
SACHA NASPINI, ' 'VILLA DEL SEMINARIO ' ' - RIPRODUZIONE RISERVATA

Venti anni dopo la Liberazione, Via del Seminario ''la gente continuava a percorrerla con la leggerezza di chi raccoglie papaveri''. E' un far finta di nulla per dimenticare quel che è stato, non per vergogna di cosa ha significato la Villa del Seminario per un paese di Maremma come Le Case, luogo di vita da stenti e di freddo che pareva non avere nemmeno un nome vero.
    Allora c'è chi come René si impegna nel Gioco del Tafano che consiste nello stanare i criminali di un tempo che ben lo conoscevano e sono tornati a una vita normale come nulla fosse e seguirli per una giornata non staccandogli mai gli occhi di dosso, così senza far altro ma mettendogli paura, magari di una vendetta che stesse per compiersi.
    Le Case è il luogo letterario delle storie di Naspini, a cominciare dal suo libro più ricco, ''Le Case del malcontento'' (e vi era già il dottor Salghini), che lavora sui ricordi del paese in cui è cresciuto, Roccatederighi, borgo medievale costruito su uno sperone di roccia, dove - ha scoperto - tra gli ultimi mesi del 1943 e il 1944 con l'arrivo degli alleati e la fine della guerra, il vescovo di Grosseto Monsignor Galeazzi accettò di stipulare un regolare contratto di affitto con un gerarca fascista, che prevedeva la trasformazione della Villa del Seminario in un campo d'internamento per ebrei, che poi si scoprì da lì sarebbero partiti per Fossoli e infine per i lager nazisti di sterminio.
    René è Renato Cappelli 50 anni nel 1943, detto Settebello e preso in giro al bar del paese per quelle tre dita mancanti alla mano destra, perse da ragazzino al tornio, ciabattino dalla vita tranquilla e quasi appartata di Le Case, innamorato della sarta Anna, che gli prepara un'amata frittatina, con cui condivide amicizia e incontri quasi quotidiani, senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Lei è donna chiusa in casa dopo essere stata segnata dalla vita e dalla storia, prima vedova di un marito morto durante la Grande Guerra, poi madre straziata dalla uccisione da parte dei tedeschi del figlio andato sui monti da partigiano, che decide di vendicare prendendone il posto e gli ideali e lasciando a René l'incarico di coprire la sua sparizione. E lui continua le sue giornate abitudinarie, parlando da solo con l'amica assente, facendo fantasie gelose e scrivendole lettere che, non sapendo dove spedire, poi invia per l'aria bruciandole nel camino.
    Vite private che reagiscono in modi diversi a un momento storico particolare e che spinge a prendere posizione. E se molti fascisti rimasero tali sino all'ultimo, ci furono tanti che, magari trascinati dagli eventi, cominciarono a farsi domande, a chiedersi cosa volessero e in cosa credessero quei ragazzi saliti in montagna per combattere i nazifascisti. Sul tragico sfondo storico di quel che accade a Villa del Seminario anche Renè si interroga ed è spinto a uscire dal proprio guscio, specie quando viene a sapere che alla Villa sono rinchiusi anche tre partigiani catturati, di cui una donna. Con un bel processo psicologico, il cerchio si chiude e l'azione diviene inevitabile quando anche lui è arrestato e chiuso nello stesso posto, perché si è scoperto che Anna non è più in paese e che lui scrive biglietti che si pensa invii ai partigiani.
    La lotta di René è personale e infida, consiste nel risuolare male gli scarponi dei militari e dei tedeschi, con chiodi la cui punta possa uscire dentro a scorticare i piedi dopo poco che li si usa. Anche nel sotterraneo della Villa, tra torture, vessazioni, umiliazioni, del resto viene costretto a fare il suo lavoro, mentre intorno tutti sembrano impazzire in un gioco quasi onirico, notturno di lamenti e urla tra verità e simulazioni, e la situazione si fa più ambigua e precipita con l'avvicinarsi degli americani liberatori.
    Una scrittura nitida, pulita, diretta quella di Naspini, che alla fine riferisce anche come si siano trasformati nel dopoguerra alcuni dei personaggi, quelli storici coinvolti nel racconto (l'ambiguo Monsignor Galeazzi in testa), mentre in René, ma anche nel giovane, imprudente, irrequieto Simone che si ritroverà sempre accanto a René, si sentono gli echi della presa di coscienza dell'amato Pereira di Tabucchi.
   

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