La parola della settimana è catastrofe (di Massimo Sebastiani)

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Massimo Sebastiani

In Independence Day, uno dei film ‘catastrofici’ di maggiore successo di sempre, in un discorso che oggi definiremmo ‘motivazionale’, il presidente degli Stati Uniti interpretato da Bill Pullman parla della “più grande battaglia mai sostenuta dall’umanità” e fa appello alla voglia di vivere e sopravvivere del genere umano. In sostanza, di fronte alla catastrofe di una minaccia letale e globale rappresentata dall’invasione aliena, il capo della più grande potenza mondiale introduce un elemento di apertura, di speranza, l’idea di una sfida che si può vincere. Si è scritto e si è dibattuto da più parti sulla legittimità dell’uso del termine guerra per descrivere lo sforzo che la comunità sta conducendo contro un pericolo misterioso, insidioso, parzialmente inaspettato. Si è però fatto una grande uso della parola catastrofe senza che si sentisse il bisogno di una analoga problematizzazione. [ ]


I film catastrofici hanno caratterizzato soprattutto gli anni ’70: da Airport, considerato il capostitipite, all’Inferno di Cristallo e Terremoto passando per L’avventura del Poseidon. Negli anni ’90 e anche dopo, il global warming e il cambiamento climatico hanno dato nuovo impulso al filone, che ha potuto contare anche sull’evoluzione degli effetti speciali. In ogni caso lo schema di questi film è sempre lo stesso: la minaccia incombente e letale, più o meno diffusa (può riguardare pochi individui o l’intero genere umano), il passaggio attraverso la devastazione e la sofferenza, la via d’uscita, raggiunta da alcuni o da tutti, in genere grazie al coraggio di uno o di pochi. In tutti questi casi la catastrofe è una sciagura dalla quale però si esce, in qualche caso grazie all’azione sorprendente e palingenetica di uno o alcuni individui. Ma l’happy ending non è soltanto un’esigenze da box office.


Che cosa ci racconta la parola catastrofe? Intanto è una parola bellissima, dal suono pieno e rumoroso, perfino un po’ onomatopeico. La sua origine è greca ed è condivisa da una quantità incredibile di parole italiane che iniziano con il prefisso ‘cata’, una di quelle espressioni del greco antico che hanno fatto impazzire gli studenti per la quantità di significati possibili: dall’alto, contro, secondo, giù, in basso, in relazione a, circa. Condividono questa radice espressioni come catalessi, catàlisi ma anche catasto e catarifrangente, catapulta, catarsi, catafalco, catacomba e naturalmente cataclisma.

 

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Nel nostro caso a catà segue strèpho che in greco significa ‘giro, volgo’, quindi ‘volgo sotto’ e cioè capolvogo, stravolgo. In sostanza si tratta di un cambiamento, di uno sconvolgimento, in molti casi in peggio ma non necessariamente. La catastrofe è l'ultima delle quattro parti di cui si considerava composta la trama di una tragedia, dopo la protasi, l'epitasi e la catastasi. In quanto conclusiva, la catastrofe scioglie i nodi, dissipa i conflitti e gli equivoci, quindi in un certo senso risolve.


Secondo Corinne Morel, psicologa e studiosa dei simboli, la catastrofe pur rivelando una disfunzione, dell’individuo o della collettività, possiede anche un valore terapeutico obbligando il singolo uomo o la comunità a comprendere, conoscere o riconoscere e finalmente ricostruire. Per questo i miti e le leggende tradizionali sono costellati di diluvi, terremoti, eruzioni: si tratta sempre di irruzione del disordine per, paradossalmente, richiamare all’ordine gli uomini. Ne sono esempi le azioni di Zeus, di Poseidone o di Pillan, dio del Tuono per uno dei popoli amerindiani, fino al Giudizio universale della Bibbia e del Corano preceduto da svariate catastrofi. Siccome l’uomo ha sempre bisogno di riportare ordine dove c’è disordine ecco che cerca di trovare un senso a tutti i fenomeni, magari sublimandoli: è quello che Jean Piaget, psicologo dell’età evolutiva, chiamava finalismo, un atteggiamento che dovrebbe fermarsi ai sette anni ma che per molti va anche ben oltre.


Il significato originario della parola è molto presente alla scienza. Il matematico e filosofo francese René Thom diede negli anni Sessanta al suo lavoro più importante il nome di teoria delle catastrofi: è quella che osserva e regola mutamenti discontinui anche minuscoli ma progressivi, cambiamenti improvvisi causati da piccole alterazioni nei parametri del sistema e tra questi i movimenti tellurici, i cedimenti strutturali, il crollo dei mercati finanziari. Nulla di improvviso dunque ma sempre di ‘preparato’. La teoria delle catastrofi ha avuto così successo da essere applicata alla sociologia alla medicina all’ingegneria alla geologia. Si parla di catastrofe del ferro per definire un evento alle origini della storia della terra, quando il ferro, più denso, sprofondò verso il centro del pianeta a formare il nucleo. Per la stessa ragione si parla di catastrofe di Thera, ovvero l’eruzione del vulcano di Santorini in età minoica che diede origine forse anche alla leggenda di Atlantide.


E qualcuno ha pensato bene di definire così anche l’amore, forse pensando più ai film catastrofici e alle eruzioni dei vulcani che agli studi di Thom. ‘L’amore e altre catastrofi’ è il titolo di un film americano degli anni ’90 che raccontava le avventure e le disavventure amorose di tre donne. La Catastrofe bionda è invece protagonista di una canzone italiana, firmata da quel Marco Ferradini già autore della fortunata e controversa Teorema.


Ma dunque si può trattare una catastrofe con leggerezza? Sì se si è geniali e irriverenti come l’ebreo francese Serge Gainsbourg, che quella parola la usa per una canzone, al paradossale ritmo rock-blues dedicata a Hitler e al nazismo contenuta nell’album Rock around the Bunker e intitolata J’entend des voix off.

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