La parola della settimana è "respiro" (di Massimo Sebastiani)

Una riflessione su una delle espressioni che abbiamo usato di più in questi giorni

Massimo Sebastiani

Breathe in the air, cantavano i Pink Floyd in quello che qualcuno definirebbe il brano più iconico, insieme a Another Brick in the Wall, della band. Breathe era sostanzialmente il pezzo d’apertura dell’album che ha fissato per sempre i Pink Floyd nell’empireo del rock, The Dark Side of the Moon, un lavoro che Roger Waters, ormai diventato il vero leader del gruppo, immaginò come un concept album dedicato alla follia generata dalle costrizioni, cioè, in fondo, dalla mancanza di respiro. [ ] E’ stata la prima frase di Mattia, il 38enne di Codogno divenuto celebre suo malgrado come paziente 1, a riportarci di fronte alla semplice bellezza del respiro.

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Respirare quindi, per i Pink Floyd significava in un certo senso iniziare (o tornare) a vivere. In questo modo, oltre che alle basi naturali della fisiologia, il gruppo inglese si legava ad una tradizione millenaria che per quanto riguarda l’Occidente affonda le sue radici nell’intuizione di Anassimene. Chi ha qualche memoria del liceo ricorderà probabilmente il terzetto dei cosiddetti primi filosofi, ricompresi nel più vasto gruppo dei presocratici, che avevano scelto ognuno un diverso principio per tutte le cose: i tre amigos della scuola ionica, vissuti nel sesto secolo avanti Cristo, avevano scelto l’acqua, nel caso di Talete, l’infinito, nel caso di Anassimandro e l’aria, nel caso del più giovane Anassimene.

Per un sedicenne del XXI secolo, a cui basta aver visto qualche puntata di SuperQuark o ascoltato su YouTube un paio di Ted Talk per saperne un po’ sulla misteriosa origine dell’universo, queste ipotesi devono sembrare quantomeno bizzarre. Ma se hanno la fortuna di incontrare un professore motivato e attento, magari sanno che l’importanza dei tre non sta tanto nel principio che hanno scelto ma nel modo in cui ci sono arrivati: l’origine del mondo per la prima volta non è spiegata con un mito, affascinante e inverosimile, ma con un ragionamento. E quello di Anassimene, che si spingeva a parlare di rarefazione e condensazione, era semplice e, diremmo oggi, sperimentale: tutto ciò che vive, respira.

Da qui all’anima come psychè di Platone e Aristotele il passo era stato relativamente breve: all’origine di questa parola c’è una radice indoeuropea che significa appunto alito, respiro. E d’altra parte la traduzione greca della Bibbia sceglie proprio psychè per il sostantivo ebraico nefesh che è connesso alla respirazione e agli organi che la rendono possibile. E spiritus ha la stessa radice di respiro. La cui origine etimologia risiede nella parola respirium da respirare che altro non significa che: soffiare dentro, soffiare indietro.

Dunque ciò che ci fa vivere, l’anima o lo spirito, è legato al respiro. E infatti tutte le espressioni negative che fanno riferimento a questa parola rimandano ad una piccola morte o al timore che essa possa sopraggiungere: togliere il respiro, senza respiro, non dare respiro, respiro mozzato o anche solo corto, e al contrario respiro di sollievo, trovare respiro ecc. Per non parlare dei danni che, da questo punto di vista, può fare l’amore: ‘Se mi guardi così – dice Meredith a Derek in una puntata di Grey’s Anatomy – non riesco a respirare’. I Pink Floyd poi sono andati un po’ più in là (d’altra parte se The Dark side è stato uno degli album più venduti della storia un motivo deve esserci) e hanno cantato come abbiamo sentito ‘respira nell’aria e non aver paura di prenderti cura di qualcosa’.

La musica, per esempio quella italiana, è piena di respiri, per così dire: sono respiri che sembrano semplici, come per Battisti e Mogol in Amarsi un po’, ecologici, come quelli di Celentano nel Ragazzo della via Gluck (‘mentre là in centro io respiro il cemento’), di complicità, come per Renato Zero in Amico (‘io e te lo stesso respiro’), di libertà come quello di Loredana Berté in In alto mare (‘Sull'onda che ti butta giù E poi ti scaglia verso il blu E respirare). Ma il respirare e il prendersi cura, cioè il respirare come empatia, cui sembrano accennare i Pink Floyd in Breathe, ci porta in una dimensione diversa, che poi è quella in cui forse siamo precipitati tutti, anche contro la nostra volontà, in queste ultime settimane.

La saggezza antica aveva provato a spiegarcelo: dal pranayama, il quarto stadio dello yoga che ci induce a regolare il respiro per incidere anche sul nostro comportamento, e dunque non tenere separati corpo e mente, al discorso del Budda sulla consapevolezza del respiro che parla, similmente, di ‘presenza mentale del respiro’, al respiro nella meditazione zen che è abbandono e ascolto puro, fino al respiro diaframmatico consigliato ormai in qualunque ginnastica posturale anche in virtù della estrema attenzione al diaframma considerato ormai uno dei muscoli più importanti del nostro corpo con un legame molto diretto con il tono dell’umore. E’ quel respiro a cui non facciamo mai abbastanza caso, che diamo per scontato, proprio come Lucio Battisti, e che invece ci tiene vivi. Quel respiro che il virus vuole toglierci ma che paradossalmente la quarantena può spingerci a reimparare, magari seguendo uno dei tanti corsi online. Un respiro che, come spiega nel finale di Castaway Tom Hanks, è legato alla speranza e all’ostinazione di vivere.

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