La parola della settimana è vuoto (di Massimo Sebastiani)

Una riflessione su una delle espressioni che abbiamo usato di più in questi giorni

Redazione ANSA

“It’s five o’ clock and I walk through the empty streets” ovvero “Sono le cinque e io cammino nelle strade vuote”: forse qualcuno ricorderà questa canzone degli Aphrodite’s Child, un gruppo pop (definizione che gli estimatori di Demis Roussos & Co troveranno troppo semplificatoria) che ebbe parecchio successo a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70 e le cui musiche erano realizzate da quel Vangelis che poi diventerà stella planetaria delle colonne sonore realizzando fra gli altri Momenti di gloria e Blade Runner.

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Le strade vuote, così come le città vuote, le piazze vuote e ora anche i parchi vuoti, sono tra le espressioni che abbiamo usato di più in questi giorni. E forse questa esperienza ci potrebbe far riflettere, fra le tante altre cose, anche sull’idea, il concetto e perché no? la pratica del vuoto.

Siamo proprio sicuri di cosa vogliamo intendere quando pronunciamo la parola vuoto? Quella di Roussos è una specie di riflessione sull’identità: “E’ difficile credere che sono io quello che vedo riflesso nei vetri”. Questa interrogazione su chi siamo e sul tempo che passa è favorita proprio da quelle strade vuote e un autore che ha riproposto il brano in Italia è Franco Battiato, forse non per caso vista la sua passione e il suo interesse per le filosofie e le religioni orientali e il misticismo.

“E’ così difficile credere – aggiunge Roussos – che è così che devo essere”. E’ una frase che è tentato di pronunciare ognuno di noi in questi momenti di quarantena forzata. Il vuoto infatti spaventa noi occidentali, almeno dai tempi in cui Aristotele fissò quest’espressione, horror vacui in latino, sostenendo che ‘la natura rifugge il vuoto’ e perciò lo riempie costantemente. Dobbiamo molte cose ad Aristotele, a cominciare da un modo di ragionare e quindi di vivere, anche socialmente e politicamente, che è ancora il nostro a quasi 2500 anni di distanza. Ma anche il maestro di Stagira, con soddisfazione, immaginiamo, del ‘nemico’ Democrito, ha dovuto arrendersi ai progressi della fisica contemporanea. “Anche se osserviamo una regione vuota dello spazio, dove non ci sono atomi, vediamo lo stesso un pullulare minuto di particelle. Non esiste vero vuoto, che sia completamente vuoto.

Come anche il mare più calmo, visto da vicino, ondeggia leggermente e freme, così i campi che formano il mondo fluttuano a piccola scala”: questo è il mondo descritto – spiega il fisico Carlo Rovelli nel suo fortunato Sette brevi lezioni di fisica – “dalla fisica quantistica e dalla teoria delle particelle”. Potremmo ricavarne l’idea di accettare questo nuovo, inaspettato vuoto sapendo che non è davvero vuoto, che c’è vita anche nella calma apparente e che il vuoto è la predisposizione migliore per essere nuovamente riempiti: di cosa lo deciderà ognuno di noi.

In una delle più note storie zen, contenute nel long seller ‘101 storie zen’, ce ne è una intitolata ‘La tazza di tè’: “Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario (il particolare non è irrilevante, ndr.) che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi, “E’ ricolma. Non ce ne entra più!”. “Come questa tazza,” disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.

D’altra parte la parola vuoto deriva dal latino volgare voitus o vocitus che è il participio passato del verbo vocere, variante di vacare che significa, pensate un po’, essere libero. Dimentichiamo dunque tutte quelle espressioni, e sono tante, che ci fanno pensare al vuoto in senso negativo e che a volte sono anche un po’ minacciose: testa vuota, salto nel vuoto, vuoto a perdere, vuoto d’aria, girare a vuoto, fare il vuoto, vuoto di potere ecc. A parte il fatto che a volte un salto nel vuoto può essere l’inizio di una nuova affascinante avventura (Sull’orlo del vuoto si intitola il film di Robert Zemeckis dedicato all’impresa di Phippe Petit che nel 1974 camminò sulla fune tesa tra le twin towers di New York), il vuoto può anche essere la precondizione, magari dolorosa, della creazione e dell’immaginazione. Come racconta Peter Gabriel nella canzone Mercy Street, tratta e ispirata alle opere della poetessa Anne Sexton. 

 

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