La parola della settimana è "fatica" (di Massimo Sebastiani)

Una riflessione su una delle espressioni che abbiamo usato di più in questi giorni

Massimo Sebastiani

Questione di centimetri, questione di fatica. Ma anche questione di vita o di morte. Sono giorni in cui sembra che tutti dobbiamo lottare, tutti dobbiamo fare attenzione anche ai centimetri, ne abbiamo parlato a proposito del droplet, la distanza che ci viene imposta dalle goccioline che emettiamo parlando. Tra le tante riflessioni e le tante parole che sono state generate in questo periodo di difficoltà, o anche addirittura rigenerate, c’è il termine fatica.

Proprio come ci era capitato di vedere a proposito dell’espressione vuoto, quando pronunciamo questa parola in genere il significato che le diamo o l’eco che fa risuonare è negativo: faccio fatica, non mi reggo in piedi dalla fatica, la fatica di vivere, sopportare una fatica, riuscire a fatica, e poi fatica uditiva e visiva, per non parlare di fatica inutile e fatica sprecata, dove se non altro occhieggia l’intrinseco riferimento a qualcosa che ha un valore. In tutti questi casi comunque la parola fatica è legata all’elemento dello sforzo e della stanchezza.

Ascolta la parola fatica nella versione podcast con gli insert audio: 

 

Ascolta "La parola della settimana: fatica (di Massimo Sebastiani)" su Spreaker.

E in effetti nella sua definizione più classica, in fisiologia, la fatica è la condizione di esaurimento funzionale che si verifica al termine di un esercizio o di un lavoro svolto, per esempio dal muscolo o dal sistema nervoso. Questo esaurimento, questo stremo (altra parola bellissima e tanto usata in questi giorni, derivata da estremo per aferesi, e quindi legata all’idea di limite di confine, di frontiera e quindi in un certo senso anche di viaggio, di percorso) è stato mirabilmente sintetizzato nelle ultime settimane, come speso succede, da un’immagine: quella, in bianco e nero, dell’infermiera Elena, che, ancora con camice e mascherina, crolla stremata, appunto, alle 6 di mattina su una scrivania dopo un turno massacrante di lavoro all’ospedale di Cremona.

Al di là, anzi al di qua, della retorica sull’eroismo tardivamente riscoperto di medici, infermieri e operatori sanitari, quell’immagine ci restituisce un risvolto decisivo della parola fatica: il suo valere, il suo valore. E’ il valore della fatica come ‘cibo dello spirito’ dice Petrarca, è il valore di affaticarsi e lottare contro gli ostacoli che per l’uomo rappresenta un bisogno proprio come per la talpa quello di scavare, ha detto il filosofo Arthur Schopenhauer. Un valore che si riconosce nell’obiettivo finale di quel viaggio al termine della notte cui abbiamo accennato prima: è la traduzione concreta e antiretorica del famoso per aspera ad astra o, se preferite, per aspera sic itur ad astra, l’espressione latina resa celebre da Cicerone e Seneca ma che deriva dalla mitologia greca, dove gli eroi, primo fra tutti Ercole, venivano portati sull’Olimpo ma solo dopo aver compiuto imprese faticose.

Non è un caso che nel Liezi, ovvero il libro del Vuoto perfetto, uno dei tre capisaldi in cui si compendiano i principi della tradizione taoista, lo sforzo si contrappone al destino: i due discutono su chi sia più determinante nell’influenzare e plasmare gli avvenimenti. Da occidentali, nel pieno della tempesta coronavirus, noi speriamo che lo sforzo, insieme alla ragione, possa più del destino, qualunque cosa questa parola voglia dire. Soprattutto perché questo sforzo ha un valore, che è legato anche al significato e all’etimologia della parola fatica. L’ha ricordata Gianna Mazzini in un articolo sulla rivista Buddismo e società, proprio a proposito dello sforzo, ragionando sul tema dell’offerta. Fatica, ricorda Mazzini, deriva da fatis legato al verbo fatisco. Il significato è sorprendente, ma non troppo: aprirsi, fendersi, screpolarsi. Quindi fatis è crepa. Per questo in ingegneria, nel campo della tecnologia dei materiali, il punto di fatica è il danneggiamento progressivo seguito da rottura, apertura.

Con il massimo rispetto per gli ingegneri, ci voleva un poeta, un signore della canzone, che fra l’altro ha trascorso cinque anni in un monastero zen, per rendere in modo lirico e ispirato tutto questo. Lui è Leonard Cohen e la canzone è Anthem, Inno. Quella in cui si dice che "c’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce"*. E la luce, ha detto Cohen commentando il suo brano, è la capacità di riconciliare la tua esperienza, il tuo dolore, con ogni giorno che albeggia’.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Modifica consenso Cookie