La parola della settimana è Stanza (di Massimo Sebastiani)

Restare in una stanza vuol dire davvero stare fermi?

Massimo Sebastiani

Cosa c’è di più fermo, chiuso, perimetrato e apparentemente limitante di una stanza? Eppure, come già cantava Gino Paoli, seguito, imitato, omaggiato e citato da tanti fino ai nostri giorni (da Jovanotti ai Negramaro a Francesco Gabbani), le stanze possono non avere pareti, essere trasfigurate, contenere un mondo intero e forse anche di più. L’etimologia della parola parla chiaro e sembra inchiodarci: stăntia in latino vuol dire dimora e deriva dal participio presente del verbo stare, stans-stantis. La stanza è il luogo dove si sta, il posto di qualcuno che si ferma (essere di stanza, essere stanziale) e dove ora siamo costretti a stare, per la maggior parte del nostro tempo e per un periodo ancora indeterminato.

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Ma a produrre l’effetto cantato da Paoli è l’immaginazione, una parola su cui dovremo certamente tornare, e una facoltà che utilizziamo anche 'all’aperto' e nella vita quotidiana molto più spesso di quanto crediamo ma che, costretta da quattro pareti, viene esaltata e amplificata. L’arte e la letteratura, oltre alla musica, ne sanno qualcosa: la celebre stanza di Van Gogh ad Arles, dipinta un anno prima della morte, al di là degli aspetti tecnici che concorrono all’effetto finale (colori spremuti direttamente dal tubetto e poi aggiustati anche con la mani), è una rappresentazione emotiva del mondo dell’artista.

Prospettiva irregolare (secondo alcuni lo spazio deformato crea complicità emotiva), colori puri e certamente non corrispondenti a quelli reali ma soprattutto un universo ricchissimo in poco spazio e con pochi, indispensabili oggetti: che improvvisamente, così inquadrati, risaltano nella loro necessità e nella loro presenza. È come se stare in uno spazio limitato aguzzasse la vista e non solo quella. Van Gogh è il principe della rappresentazione ricca del semplice, del molto che si può vedere nel poco che apparentemente si vede. Basta pensare ad un’altra sua opera, che le categorie da manuale di storia dell’arte rubricherebbero come ‘natura morta’, che è un esempio di vitalità e di racconto eccezionali: è 'Un paio di scarpe' del 1886. Uno dei massimi filosofi del ‘900, Martin Heidegger, ci ha scritto un intero saggio ma non è un'’opera di critica d’arte, ovviamente, è una riflessione su come un oggetto possa disvelare un mondo, anzi forse il vero significato del mondo. Van Gogh non è il solo ad aver usato l’arte in questo modo: da Egon Schiele a Matisse, la pittura del novecento è piena di stanze 'emotive', per così dire.

E d’altra parte la stanza è anche la parte, certamente fissa e con uno schema preciso, di un componimento, una strofa, come avviene anche in una canzone: Dante la definì "dimora capace e ricettacolo di tutta l'arte". Ma a proposito delle stanze che contengono alberi e universi, Franz Kafka, uno dei massimi scrittori del XX secolo, che ha fatto degli spazi chiusi luoghi di fantasia e mostruosità inimmaginabili (dal Processo al Castello alla Metamorfosi), aveva scritto in gioventù un libro, America, dedicato al Nuovo Mondo senza esserci mai stato e senza muoversi da casa. Come è noto, aveva confessato a Felice Bauer, fidanzata berlinese "dalle qualità non comuni", che il proprio ideale di vita sarebbe stato vivere chiuso in una stanza.

E tra le tante e a volte utili sollecitazioni giunte in questi giorni di quarantena via social ce ne è stata una, di Fabio Sartorelli, docente di storia della musica al conservatorio di Milano, che ha riportato l’attenzione su un libro molto meno noto di quelli di Kafka: Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre, fratello minore ed evidentemente scapestrato del più noto Joseph de Maestre, conservatore ultracattolico, magistrato e giurista savoiardo che fu ambasciatore di Vittorio Emanuele I. Xavier, giovane militare, 230 anni fa a Torino, litiga con un ufficiale e si prende 42 giorni di arresti domiciliari: decide di scrivere un libro di un capitoletto al giorno. Costretto nella sua stanza, De Maistre riscopre, spiega Sartorelli, non solo se stesso ma anche oggetti che ora, nella nuova situazione, letteralmente lo incantano. Sembra un processo molto simile a quello descritto da Heidegger per le scarpe del contadino.

Non è un caso che tra le lodevoli iniziative di questi giorni ce ne sia stata una, sicuramente a Roma ma magari anche in altre città, di un’associazione che si occupa di disagio giovanile, la Un due tre stella, che ha pensato di ribaltare la prospettiva e di rendere gli hikikomori, cioè gli adolescenti autoreclusi, insegnanti di solitudine e di sopravvivenza in una stanza: i nuovi alunni sono, ovviamente, tutti quei ragazzi abituati a socializzare e a vedersi spesso e che ora devono per un po’ reinventarsi la vita. Non è un segreto che agli hikikomori, portatori a loro volta di un disagio importante e complesso, non manchi la fantasia. La stessa, forse, della mamma del film Room, che racconta la storia di come una donna, vittima di un rapimento, riesca per cinque anni a far apparire normale e confortevole la vita a suo figlio Jack nel chiuso di una stanza dalla quale non possono evadere.

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