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Il caso Tortora: quell'arresto che divise l'Italia

Il popolare presentatore divenne simbolo dell'errore giudiziario

Era il 17 giugno 1983 quando Enzo Tortora, giornalista e popolare presentatore televisivo, fu ammanettato, fotografato e così proposto all'opinione pubblica.
    Dal carcere scrisse numerose lettere urlando la sua innocenza, molte delle quali indirizzate alla figlia Silvia, morta la scorsa notte a 59 anni, che le pubblicò in un libro dal titolo 'Cara Silvia' (Marsilio 2002) e che non ha mai smesso di lottare per la completa riabilitazione del padre. Poi Tortora fu assolto e divenne il simbolo, tuttora spesso evocato, dell'errore giudiziario.
    L' inchiesta nei riguardi di Enzo Tortora - che a lungo ha diviso il Paese tra innocentisti e colpevolisti ed ha alimentato il dibattito sul "pentitismo" - cominciò nei premi mesi del 1983, quando Pasquale Barra e Giovanni Pandico, personaggi di rilievo della ''Nuova Camorra Organizzata'' (Nco), capeggiata da Raffaele Cutolo, decisero di dissociarsi dall'organizzazione e di collaborare con gli inquirenti. I due ''pentiti'' indicarono Tortora, ''quello di Portobello'' - il popolare programma televisivo che conduceva - quale appartenente alla "Nco" con l'incarico di corriere di stupefacenti, per cui Enzo Tortora fu arrestato a Roma il 17 giugno di quell' anno, nel corso di un'operazione diretta dalla Procura di Napoli per l'esecuzione di 856 ordini di cattura. Tortora fu bloccato all'alba in un albergo di Roma, ma fu portato in carcere in tarda mattinata, solo quando - secondo i difensori - fotografi e cineoperatori furono pronti a ritrarre l'imputato in manette. Fin dal primo momento Tortora si disse innocente, nonostante crescesse continuamente il numero dei pentiti che lo accusavano.
    Dopo sette mesi di detenzione in carcere, l'imputato ebbe gli arresti domiciliari dal tribunale della libertà, quasi in coincidenza con il pentimento di un rapinatore, Gianni Melluso, detto "Gianni il bello", che raccontò di consegne di stupefacenti da lui fatte a Tortora per conto del boss milanese Francis Turatello. Enzo Tortora fu eletto eurodeputato radicale il 17 giugno 1984. Il 20 luglio 1984 tornò in libertà ed annunciò che avrebbe chiesto al Parlamento europeo di concedere l'autorizzazione a procedere nei suoi riguardi; autorizzazione che fu data il 10 dicembre. Rinviato a giudizio, il 4 febbraio 1985 comparve davanti al Tribunale di Napoli, ribadendo ai giudici la sua innocenza, in contrasto con le accuse dei pentiti. Il 17 settembre arrivò la sentenza di primo grado: condanna a dieci anni di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti.
    Un anno dopo, il 15 settembre 1986, la Corte di Appello di Napoli rovesciò il verdetto: Tortora fu assolto con formula piena, ed i pentiti furono giudicati non credibili. "E' la fine di un incubo", disse il presentatore. L'innocenza dell' imputato fu definitivamente confermata il 13 giugno 1987 dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione. Meno di un anno dopo, il 18 maggio 1988, Enzo Tortora morì per un cancro ai polmoni.
  
   

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