Economia

Grecia, il caso Ue-Fmi spaventa i mercati

Washington evoca taglio debito, negoziato torna muro contro muro

Quando il premier Alexis Tsipras aveva acconsentito a ridimensionare il ruolo del suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, i mercati avevano festeggiato aspettandosi una svolta nelle trattative. Pochi giorni dopo, gli investitori mandano a picco borse e titoli di Stato: l'Europa ha accerchiato e isolato Atene, anche la Francia prende le distanze mentre gli altri partner tacciono. Ma il Fmi, che ha a mente la sostenibilità di lungo termine del salvataggio ed è memore dell'errore del 2011, mette il dito nella piaga di fronte al peggioramento dei conti e della crescita greci certificati dalla Ue: un taglio del debito, avverte, è inevitabile se, come sta di fatto accadendo, i target di risanamento vengono allentati. Washington potrebbe addirittura chiamarsi fuori, facendo saltare la vecchia 'troika'. Il governo Tsipras coglie la palla al balzo, e fa sapere che di fronte alla divisione Ue-Fmi non firmerà le riforme promesse. E' un serpente che si morde la coda, una ferita che s'incancrenisce via via che passano le settimane. Le borse se ne sono accorte. Ieri Atene ha chiuso in calo di quasi il 4% trascinando le borse europee, lo spread ellenico è tornato sopra i 1.000 punti rimettendo pressione sui Btp italiani (129 punti base).

I ministri delle Finanze dell'Eurogruppo tornano a riunirsi l'11 maggio per l'ennesimo vertice "decisivo" che si preannuncia già come un ennesimo flop. Ma non è questa la principale preoccupazione degli investitori, che puntano sulla permanenza della Grecia nell'euro almeno per quest'anno e guardano con attenzione alle mosse della Bce. Il nodo vero resta la sostenibilità finanziaria di lungo termine di un accordo. E anche con il più diplomatico vicepremier, Yannis Dragasakis, alla guida dei negoziatori di Atene, la sostanza non cambia.

Bruxelles, ieri, ha fotografato il deterioramento dei conti greci. La crescita è esigua. Il debito torna ad aumentare. Lo sforzo di bilancio dell'accordo che reggeva il salvataggio, di cui Atene vorrebbe i 7 miliardi della tranche finale, prevedeva un risanamento fuori portata nell'immediato, e che appare lontano anche più a lungo termine con Tsipras al governo: con o senza l'originale ministro in bicicletta. Non è un caso che il Fmi si sia deciso a rompere le righe, uscendo (quasi) allo scoperto e irritando in primo luogo Berlino. I numeri della Commissione Ue sollevano il velo un po' ipocrita che celava l'insostenibilità del piano fatto di concessioni reciproche, ma senza ristrutturazione del debito, cui il Fmi sarebbe chiamato a contribuire. Dunque o Atene accetterà lacrime e sangue, o Berlino (ma i creditori ora sono sparsi da Roma a Parigi a Madrid) dovrebbe ingoiare il boccone, amarissimo politicamente, di un taglio del debito greco. Vista da Atene, questa precipitazione degli eventi spiega l'accerchiamento 'anti-Varoufakis' messo in atto da un'Europa che vorrebbe rimangiarsi l'accordo-ponte del 20 marzo. Vista da Bruxelles, è la prova che Atene va arginata: usa il suo debito enorme, e lo spettro del 'Grexit', come un grimaldello e rischia di essere imitata altrove. Di fatto, con il default sempre più vicino, le posizioni tornano ad allontanarsi anziché avvicinarsi.

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