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Le storie del cuore di David LaChapelle, fotografo dei miracoli

Al Mudec di Milano esposte da venerdì 22 aprile oltre 90 opere

Altro che artista provocatorio, quello che si presenta al Mudec di Milano, con oltre 90 lavori, in una personale tra le più ambiziose mai allestite sul suo lavoro, è un uomo che confessa candidamente di credere nei miracoli, come anticipa il titolo della mostra, 'I believe in miracles', che dal 22 aprile porta a Milano la speranza in un mondo nuovo fotografata da David LaChapelle.

   Curata da Denis Curti e Reiner Opoku, la personale, prodotta da 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore e promossa dal Comune di Milano-Cultura, illustra 40 anni di carriera del fotografo che ha esordito giovanissimo nella factory di Andy Warhol, fino agli ultimi lavori, dove i colori saturi lasciano spazio a una produzione meno pop che vede al centro una natura incontaminata e lussureggiante dove convivono spiritualità, amore e bellezza.

   "Lo scopo del mio lavoro - racconta lui, a Milano con la sorella e alcuni amici - è condividere il mio sentire sulla fede e il tempo che viviamo: per me avere fede è esattamente questo, condividere l'amore che hai dentro con gli altri. E i miracoli sono qualcosa di naturale, di cui ho avuto esperienza diretta".

    E che riproduce nelle sue foto, che sembrano ritoccate al computer tanto le loro composizioni sono elaborate e i colori saturi, ma sono invece frutto di un lavoro artigiano, come 'Le deluge' scattato nel suo studio di Los Angeles, allagato per l'occasione, o le aureole di led della nuova Sacra Famiglia della giungla, con la Madonna nera e bellissima, o la riproduzione di un distributore di benzina che sembra essere stato inglobato da una foresta.

   Non c'è trucco non c'è inganno: qui la fotografia non è reportage, ma arte scenica, dove ogni scatto nasce da un progetto e - spiega l'artista - da un'urgenza.

   Ce l'aveva già giovanissimo - racconta - quel bisogno impellente di produrre, di lasciare un segno, e di farlo alla svelta: "ho iniziato a lavorare a 18 anni, quando stavo nell'East Village, anche allora era un periodo di guerra perché - ricorda oggi - c'era la pandemia di Aids, molti intorno a me morivano e io pensavo di non avere tempo davanti a me, volevo capire come rappresentare l'anima, come ridare la vita a chi l'aveva persa".

   Fu allora, per la prima volta, "che mi avvicinai a Dio, un senso di urgenza che - confida - ho ritrovato negli ultimi 15 anni, sentendo quanto la nostra esistenza sia minacciata, come lo siano l'umano e la natura".

   Nascono di qui lavori dove la fine del mondo sembra vicina: donne bellissime di fronte a case in rovina, anziani che si baciano in modo travolgente in un panorama di abbandono desolante, ragazze stese sul lettino a prendere il sole con la maschera antigas. E, a contrasto, "ho scelto di ricreare le scene bibliche e cercare di dare a questi personaggi una nuova vita, ispirata a una passione e a una fede nuda cruda".

   "Storie che non venivano dalla mia mente ma dal mio cuore" ricreate nel paradiso delle Hawaii, dove il 59enne artista ha fissato la sua residenza e dove ha lavorato con i suoi amici "che mi hanno aiutato - dice - a compiere piccoli miracoli: attraverso il nostro pregare e camminare nel bosco tutti insieme, abbiamo lasciato lavorare Dio, sentendoci protetti dalla natura". "Oggi il mondo sta andando in pezzi, il nostro compito - sottolinea - è cercare di rimetterlo insieme, liberandoci dal materialismo e dall'ansia, lottando con la fede attraverso la creazione, sempre". "In un momento di guerra e violenza come questo è impossibile creare arte, per questo - conclude - nelle mie immagini ho voluto portare luce e sentimento". 
   

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