Cultura

Perché leggere narrativa?

di Eric-Emmanuel Schmitt

Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca

Non vi dirò subito chi erano.
Come me, sentirete prima le loro voci, senza vederli. Come me, crederete più volte di averli riconosciuti. Come me, capirete che non era vero e ne scoprirete i volti solo alla fine.
L’episodio accadde una sera di maggio del 2014 a Roma, dove mi ero recato per partecipare a un convegno letterario di alto livello come solo gli italiani sanno organizzare.
L’Italia è un paese in cui si legge poco ma si legge bene, un paese in cui le belle opere vengono apprezzate e i libri godono a essere sfogliati da lettori colti. Un amico parigino a cui raccontavo il fenomeno, borbottando con un’aggressività che attestava la sua appartenenza al popolo di Parigi, mi ha risposto: «È normale, gli italiani leggono da più di duemila anni, come i greci. Secoli d’anticipo che hanno un peso, quasi un millennio! Oggi il pianeta si accanisce a leggere l’inglese, ma devi scusarmi, un lettore di Washington è un poppante rispetto a un lettore capitolino».
Insomma, ero appena arrivato dietro le quinte del luogo in cui dovevo intervenire e aspettavo il mio turno.
Dalla sala, che non vedevo perché nascosta da un tendone di velluto nero, giungevano le voci di un’animata conversazione. Erano loro, i due personaggi di cui rivelerò il nome più tardi. Parlavano con passione e vivacità, senza interrompersi.
Stranamente trattavano lo stesso argomento che poco dopo avrei dovuto affrontare io. Furioso, pensai di protestare con gli organizzatori ma, a parte il fatto che era troppo tardi, mi avevano lasciato da solo nella penombra. Consultai il programma della manifestazione per sapere almeno i nomi dei miei concorrenti, ma il dépliant annunciava solo me. Non era previsto che qualcuno parlasse prima di me, eppure le voci mi arrivavano chiare e precise, accompagnate dalle reazioni del pubblico. Avvilito, mi misi a sedere sullo sgabello del pompiere e tesi l’orecchio.
Cercavano di inquadrare il ruolo della letteratura. Le loro riflessioni non mi dispiacevano affatto, anzi. Alcuni concetti mi sembravano anche più pertinenti delle cose che stavo per dire io. Che fare? Rinunciare? Scappare? Ahimè, lasciare le quinte, zona intermedia, buia e polverosa che non appartiene né alla magia della scena né alla banalità della realtà, mi sembrava difficile quanto risalire a nuoto il Rio delle Amazzoni. Così rimasi, costernato ma deciso a sentire quello che dicevano.
Le due voci erano diverse per timbro, eloquio e vitalità. Nel riferirvi il loro dialogo chiamerò “Voce giovane” quella che, vibrante, esitava per poi accendersi d’entusiasmo, e “Voce anziana” quella che parlava con regolarità e padronanza di sé. Sappiate peraltro che sono definizioni puramente convenzionali perché non ero affatto sicuro, come non lo sono tuttora, che tra i due personaggi ci fossero davvero anni di differenza.

LA VOCE ANZIANA
Non so che farmene della letteratura! Io non leggo più né romanzi, né racconti, né pièces teatrali.

LA VOCE GIOVANE
Da quando?

LA VOCE ANZIANA
Da quando ho finito la scuola, in cui ero obbligato a studiare lettere.

LA VOCE GIOVANE
Non ti piace?

LA VOCE ANZIANA
Non ho tempo. A me interessa la realtà. Perché le mie ricerche siano costruttive consulto saggi, documenti, libri di storia o tesi scientifiche. Non vedo motivo di dedicare anche solo un minuto alla narrativa, che fin da subito si dichiara falsa. Se cerchi la verità, te ne fai un baffo della sua cugina lontana, la verosimiglianza. A me piace imparare, e la letteratura non può insegnarmi niente. A parte se stessa.

LA VOCE GIOVANE
Che tristezza!

LA VOCE ANZIANA
Cosa? Comportarsi da persona seria?

LA VOCE GIOVANE
Credersi seri mentre si rimane superficiali.

LA VOCE ANZIANA
Siamo agli insulti? Strano modo di partecipare a un dibattito...

LA VOCE GIOVANE
“Comportarsi da persona seria”! Come la vedo io, la persona seria è quella che rigurgita gli insegnamenti dei maestri, quella che onora una tradizione. In parole povere, una che ripete. La cosiddetta persona seria non va avanti, ha una generazione di ritardo.

LA VOCE ANZIANA
E questo che c’entra con la letteratura? In tutta franchezza, mi chiedo quale nettare tu possa mai estrarre da quelle bugie organizzate...

LA VOCE GIOVANE
Nutrono la mia curiosità.

LA VOCE ANZIANA
Curiosità di cosa?

LA VOCE GIOVANE
Solo all’uomo curioso viene chiesto di spiegarsi, non certo ai dementi o ai coglioni.

LA VOCE ANZIANA (divertita)
Meglio così, visto che è l’unico in grado di rispondere.

LA VOCE GIOVANE
La sua presenza nel mondo moderno ci fa dimenticare quanto la letteratura sia audace. Per colpa delle biblioteche, delle università, delle librerie, dell’industria editoriale, e perché i grandi geni del passato supervisionano l’attività dei moderni, la letteratura viene data per acquisita. Viceversa è nuova, ancora balbettante, e la sua specificità dipende dalla sua fragilità.

LA VOCE ANZIANA
In che senso?

LA VOCE GIOVANE
La letteratura propone testi incredibilmente ambiziosi svincolati da qualsiasi autorità. Non ripete la parola di Dio o dei profeti, non dà il cambio al potere, non veicola le scienze, non riproduce le ideologie e non racconta la Storia, ma solo una storia. Si tiene a distanza anche dalla realtà volando nella finzione, cosa che le permette di raggiungere il soprannaturale, il meraviglioso, l’irreale e ogni genere di mondo inventato. Fiera, indipendente, autonoma, deve solo a se stessa l’ascendente che esercita sul lettore. Non ha Dio né padrone, non è al servizio di nessuno. La letteratura è libera.

LA VOCE ANZIANA
È esattamente ciò che le rimprovero: non ha la minima legittimità, il che la rende ridicola.

LA VOCE GIOVANE
Ha la legittimità che si conquista, cosa che invece è magnifica. Uno scritto letterario non è il ministro o il cameriere di nessuno, bensì un testo senza referente che ha in sé la propria ragione di esistere. Lo scrittore non parla a nome di chissà quale potere o teoria ben sedimentata, parla solo a nome di se stesso. Un bel coraggio!

LA VOCE ANZIANA
Sarà pure coraggiosa, ma che interesse ha? Ammesso che la letteratura rifiuti i dogmi, religiosi, politici o dottrinali che siano, cosa propone in cambio?

LA VOCE GIOVANE
Propone di costruire da soli la propria rappresentazione del mondo. Liberandosi ti libera.

LA VOCE ANZIANA
Attribuisci troppa importanza a queste piccole finzioni.

LA VOCE GIOVANE
E tu hai la memoria corta. L’altro giorno mi hai parlato dei libri che hanno segnato la tua infanzia e adolescenza, periodo in cui per fortuna non eri ancora una persona seria. Hai citato I tre moschettieri, Cyrano di Bergerac, Don Chisciotte e Antigone.

LA VOCE ANZIANA
Ricordavo solo il piacere che ne ho ricavato. Il fatto che abbia provato una grande gioia nello scoprire opere decisamente divertenti non significa che occupino un posto di rilievo nella mia gerarchia intellettuale.

LA VOCE GIOVANE
Dai Tre moschettieri hai imparato di non essere uno, ma quattro, visto che di volta in volta ti sei identificato con d’Artagnan, Athos, Portos o Aramis. Leggendo Alexandre Dumas hai concepito che portiamo in noi dei possibili multipli, non solo quelli che la vita ci permette di incarnare. E soprattutto hai constatato che siamo perfettamente attrezzati per capire gli altri, sebbene diversi per epoca, luoghi, scelte o passato. Hai vissuto un’esperienza umanista.

LA VOCE ANZIANA
Può essere, ma...

LA VOCE GIOVANE
E quando hai assistito alla rappresentazione di Cyrano di Bergerac so che hai pianto sulla sorte di Cyrano.

LA VOCE ANZIANA.
Certo! Il melodramma di Rostand punta a suscitare le lacrime, io avevo dieci anni...

LA VOCE GIOVANE
Non sminuire le tue emozioni! So che eri più che scosso da quell’eroe che crede di non poter essere amato perché si ritiene brutto. Un problema che non aveva niente a che fare con te, bambino amatissimo che non aveva certo il dubbio di non poter essere amato.

LA VOCE ANZIANA
È vero... Durante lo spettacolo mi sono identificato con un personaggio che non ero io, con il quale non condividevo niente. Le mie lacrime erano le sue.

LA VOCE GIOVANE
Lacrime altruiste. Un’esperienza di compassione. Non ti sembra importante?

LA VOCE ANZIANA
Certo, da un punto di vista etico, tuttavia...

LA VOCE GIOVANE
E Don Chisciotte? Il cavaliere di Cervantes ti faceva ridere con i suoi errori, quando scambiava i mulini a vento per giganti, ma allo stesso tempo ti comunicava una verità importante: la realtà non esiste in quanto tale, ma solo filtrata dai sensi e dall’immaginazione. Quello che noi riteniamo il mondo materiale si rivela in parte essere una creazione soggettiva tessuta di speranze, attese, fantasie, traumi, ricordi, sogni. Non ti sembra un insegnamento importantissimo?

LA VOCE ANZIANA
Tu vuoi trascinarmi in una trappola che...

LA VOCE GIOVANE
E quando hai letto Antigone? Non hai detto tu stesso di aver capito le ambiguità della giustizia umana grazie all’opera di Sofocle? Mentre la tua formazione filosofica ti spingeva a cercare una verità unica, trovavi in quella tragedia verità doppie e contrastanti, scoprivi che due persone possono contraddirsi e tuttavia avere entrambe ragione. Creonte difende la ragion di Stato e sostiene che bisogna punire il traditore. Antigone difende le ragioni del cuore e pensa che si debbano rendere gli onori della sepoltura al fratello anche se è un traditore. Sia Creonte che Antigone hanno ragione dal proprio punto di vista e torto agli occhi dell’avversario. Come se non bastasse, non si profila né una soluzione, né una sintesi, né un compromesso. Certo, Antigone finisce in maniera crudele, brutale, ma non dà la risposta al problema che il testo pone. Il Bene e il Male assoluti non esistono. È tragedia allo stato puro. Laddove Dio, il potere, il diritto e l’ideologia sentenziano, la letteratura si rifiuta di semplificare e ignorare le difficoltà. La letteratura crea la scuola della complessità.

LA VOCE ANZIANA
Va bene, ti concedo che le esperienze letterarie aiutano le persone a disfarsi di illusioni e pregiudizi, forse anche ad affinare l’ingegno. La letteratura ci fa progredire con metodi che, per venirti incontro, chiamerò conoscenza per empatia e conoscenza per immaginazione.

LA VOCE GIOVANE
Grazie.

LA VOCE ANZIANA
Ma non illuderti, sono mezzi che rimangono mezzucci.

LA VOCE GIOVANE
Perché?

LA VOCE ANZIANA
Perché non sono propri della scienza!

LA VOCE GIOVANE
Chi l’ha detto che ogni conoscenza debba essere scientifica? La conoscenza per empatia e quella per immaginazione sono percorsi validissimi, ed è solo la letteratura a dispensarli.

LA VOCE ANZIANA
Suvvia! Ammettiamo pure che un’educazione attraverso la letteratura preceda un’istruzione scientifica, ma non la rimpiazzerà mai. Un vero sapere è un sapere costruito tramite procedure, convalide e confutazioni. In letteratura non c’è niente del genere.

LA VOCE GIOVANE
Forse lo scopo della letteratura non è tanto condividere un sapere, quanto condividere un’ignoranza.

LA VOCE ANZIANA
Non c’è niente da condividere nell’ignoranza.

LA VOCE GIOVANE
Come no? Ci dà il senso della condizione umana. Rendersi conto che abbiamo domande in comune crea un legame tra gli esseri umani, anche se vi rispondiamo in maniera diversa. Siamo domande che camminano. Nessuno può evitare di interrogarsi. Ognuno di noi un giorno o l’altro, se non per tutta la vita, si chiede cosa fa sulla Terra, come c’è arrivato, perché c’è venuto, perché se ne andrà e dove se ne andrà poi. E nessuno sfugge alle risposte che gli forniscono la società, la famiglia, la religione, la filosofia, la morale. Le domande, ce le poniamo per natura. Le risposte, le ereditiamo per cultura. Siamo identici nelle domande e diventiamo diversi, opposti, addirittura nemici, nelle risposte. Ponendoci di fronte a più maniere di vivere e di amare, a varie spiritualità o a morali differenti, la natura ci insegna concretamente la natura umana: diventiamo fratelli nell’ignoranza, farfalle dagli interrogativi eterni e dalle risposte provvisorie.

LA VOCE ANZIANA
Su questo ti do ragione. Bisogna praticare quell’ignoranza, quell’essenziale e fondamentale ignoranza. Tanto più che non significa rinunciare a imparare, ma rinunciare a credere di sapere.

LA VOCE GIOVANE
Ti ringrazio.

LA VOCE ANZIANA
Come avrai notato, la funzione delle religioni, delle ideologie o dei poteri consiste più nel rispondere che nel domandare. Non hanno la minima umiltà. Affermano. Ma perché lo fanno? Perché l’uomo ne ha bisogno. Sì, caro mio, l’uomo edifica se stesso sulle certezze evitando il malessere del dubbio. Il difetto della letteratura è che non dà certezze.

LA VOCE GIOVANE
La forza della letteratura è che dà accesso a un campo immaginario distante dalle lotte che imprigionano gli individui, lontano dalle urgenze sociali, politiche, culturali che stordiscono la gente. Grazie a lei solleviamo la testa ed entriamo in un mondo virtuale in cui l’uomo può riflettersi e riflettere. Ecco il vantaggio della narrativa: anziché essere una potenza che urla “è così”, mormora “potrebbe essere così, ma anche così o così...”.

LA VOCE ANZIANA
Capisco dove vuoi arrivare e sottoscrivo in pieno, ma ho una certa difficoltà a pensare che i racconti possiedano una tale efficacia.

LA VOCE GIOVANE
Cosa proponi, allora?

LA VOCE ANZIANA
Il ragionamento. Lo studio della filosofia condurrà con più sicurezza al risultato.

LA VOCE GIOVANE
Temo di no...

LA VOCE ANZIANA
E perché mai?

LA VOCE GIOVANE
Prima di tutto la filosofia pratica l’astrazione, e non tutti i cervelli hanno il dono dell’astrazione, molti rimangono concreti. In secondo luogo la filosofia trascura l’emozione.

LA VOCE ANZIANA
Giustamente! Ne diffida...

LA VOCE GIOVANE
E sbaglia.

LA VOCE ANZIANA
Ha ragione, invece. È proprio con le emozioni che Adolf Hitler manipolava le folle negli anni Trenta, non certo sviluppando le loro capacità di ragionare a mente fredda.

LA VOCE GIOVANE
Non fare l’ingenuo! L’emozione in sé non è né buona né cattiva. È l’uso che se ne fa a renderla buona o cattiva. Come Hitler ha utilizzato l’emozione per cristallizzare le frustrazioni in odio antisemita, Victor Hugo se n’è servito per creare una fratellanza con i miserabili o denunciare la pena di morte. L’intelligenza, come la memoria, è legata alla vita affettiva. Capita che uno shock demolisca un pregiudizio spontaneo o cambi le convinzioni di qualcuno laddove le dimostrazioni avevano fallito. Gli scrittori sanno ciò che i filosofi vogliono ignorare. Uniamoci, mio caro. E costruiamo un mondo migliore, più intelligente, più tollerante. Ognuno con le proprie armi, io e te conduciamo la stessa battaglia, quella dell’umanista.

LA VOCE ANZIANA
Non correre troppo. Cos’è per te un umanista?

LA VOCE GIOVANE
Il contrario di un barbaro.

LA VOCE ANZIANA
Definisci barbaro, allora.

LA VOCE GIOVANE
Barbaro è chi ignora di poter pensare, credere e agire diversamente. È chi rifiuta la propria storicità. Il barbaro ritiene che le cose ereditate, come lingua, comportamento, religione, valori e opinioni, siano naturali, senza tener conto del caso e del ruolo giocato dalla trasmissione. Un barbaro è polvere che si sente una quercia, polvere che si immagina solidamente radicata al suolo mentre vola nel vento della Storia.

LA VOCE ANZIANA
Su questo sono d’accordo. Il barbaro vuole dotarsi di una consistenza necessaria negando le contingenze, tutto ciò che attiene al momento, alla gente circostante o al caso. Se dovessi anch’io usare una metafora la cercherei al di là del mondo vegetale, tanto l’individuo barbaro dà l’idea di granito, di inamovibilità, di ancoraggio, di inalterabilità. Sembra quasi che nell’uomo la barbarie sia una nostalgia dello stato minerale.

LA VOCE GIOVANE
La letteratura costituisce l’antidoto. Fa vedere ciò che fluttua, ciò che è impreciso, la diversità, la pluralità, l’ambiguità, il paradosso e la contraddizione. Sottolinea come ciò che è avrebbe potuto non essere o potrebbe diventare qualcos’altro. A differenza del granito, la letteratura è gassosa e confonde le piste.

LA VOCE ANZIANA
Te lo concedo. Ci fornisce un’arma contro la barbarie e traccia la via dell’umanesimo. Tutto è cultura, ma solo l’uomo colto lo sa.

LA VOCE GIOVANE
Quindi la domanda smette di essere “Perché leggere narrativa?” e diventa “Perché non leggere narrativa?”, dal momento che leggere è l’azione solitaria che collega ognuno a tutti.

Su questa replica gli organizzatori del convegno mi raggiunsero dietro le quinte per annunciarmi che un folto pubblico mi aspettava. La loro cordialità mi impedì di continuare a seguire il dialogo che avveniva al di là del tendone.
Mi sforzai di assolvere ai convenevoli d’uso, ma una parte di me era rimasta incollata alla conversazione precedente e tendeva l’orecchio. Purtroppo non sentii più niente. Approfittando di un momento in cui gli organizzatori erano andati a cercarmi qualcosa da bere infilai la testa fra i lembi di velluto.
Vidi così i due esseri che mi avevano fatto dono delle loro idee. Uno, il più giovane, seminudo, dalla faccia fresca e pura, aiutava il secondo, malato, sfigurato, coperto di vestiti rattoppati, a lasciare la scena sostenendolo saldamente per un braccio e portando una parte dei suoi numerosi bagagli. Sugli scalini, le stampelle del secondo per poco non lo fecero cadere, ma il primo reagì con un deciso colpo di reni che ristabilì elegantemente l’equilibrio. Fu in quel momento, vedendoli allontanarsi, che riconobbi finalmente quella coppia bizzarra: si trattava dell’emisfero sinistro del mio cervello, quello razionale, che si appoggiava al braccio caritatevole e creativo dell’emisfero destro per prolungare altrove una conversazione infinita.

Eric-Emmanuel Schmitt

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