In Giappone, dove la periferia non esiste

Città flessibili ai cambiamenti, è possibile anche da noi?

di Andrea d. Gorni

L’altra sera stavo tornando a casa dal solito bar e mi sono ritrovato a passare in macchina per un quartiere particolarmente esterno della città: era cosi deserto, buio, solo case e qualche albero. Ero in piena periferia, eppure era così diversa da quella in cui vivevo un tempo, negli orli esterni di Tokyo.

Le periferie in Italia sono veri e propri ghetti nella grande metropoli, dove si concentrano povertà, sfruttamento, miseria; dove il controllo dello Stato si allenta e la criminalità prolifera. Istruzione, formazione, sanità qui sono viste come privilegi. La conseguente divisione culturale e l’incomunicabilità tra le classi crea sfiducia nel cosiddetto riscatto sociale e sfocia nella lotta di classe: ricchi contro poveri, denaro contro diritti, potere contro popolo. Insomma, “Centro” contro “Periferia”.

La struttura urbana accentua ancora di più questa separazione: le città occidentali infatti si sviluppano radialmente, in modo che al centro, sede dell’autorità, vivano i pochi potenti mentre ai limiti vivano i tanti poveri, gli emarginati. Penso dunque che le cause di questa oramai tradizionale ridistribuzione siano da cercarsi sia nella storia che nella società. Storicamente, la città europea si sviluppò attorno a un punto che, di solito, era un palazzo, un castello, una cattedrale, un luogo di potere che fungeva da centro di gravità della vita civile. Gli edifici venivano costruiti con solido mattone (e non legno), inamovibile, quasi a rimarcare il rapporto ostile che la società aveva con la natura selvaggia fuori le mura. Questo atteggiamento portò a una cementificazione della città: il popolo aumentava, gli edifici pure, ma il centro rimaneva quello, solido e immutato nella sua dimensione. La tradizione umanistica consolidò questo modello con l’idea di una città ideale che si estendeva radialmente (il cerchio è perfezione).

Socialmente invece, il centro rappresenta l’ambizione finale da raggiungere, la dimostrazione del riscatto. È uno status-symbol in fondo: chi non vorrebbe una casa in centro a Roma, o Milano, o Venezia? Tuttavia, i posti sono limitati, come in un cinema nella fila centrale: perciò, una volta raggiunto l’obbiettivo, ci si concentra sul difenderlo e si escludono gli eventuali aspiranti fuori dal proprio confine, nella periferia. È così che inizia la divisione sociale: con la chiusura.

Ma non è così dovunque: la situazione in Giappone è molto diversa. Stato chiuso e isolato dal mondo per volere degli Shogun fino al 1866, il Giappone non subì l’influenza urbanistica occidentale, e mantenne dunque profonde differenze fino ad oggi. Per esempio, il legno fu il materiale da costruzione preferito. Le case in particolare, ma anche templi e le fortezze, erano costruite con materiali leggeri, in parte a causa dei frequenti terremoti e in parte perché il rapporto uomo-natura, nella tradizione shintoista-buddista, è fondato sulla simbiosi reciproca, sull’armonia, non sull’ostilità. Ancora oggi le case in Giappone sono costruite con materiali facilmente smontabili e relativamente leggeri, ma raramente con solido mattone. La casa giapponese è quindi interamente riciclabile.

Tale capacità di rimodellamento rese le città flessibili ai cambiamenti, diversamente dalle nostre: per questo nel Paese del Sol Levante (emblematica Tokyo) non c’è il problema della periferia.

Proprio perché essa non esiste. Il Centro, inteso come punto di aggregazione e potere, non è concentrato, fisso, ma diffuso, mobile su tutta la pianta della città: ovunque tu vada, non importa quanto lontano, troverai attività, locande, negozi, ristoranti, università, zoo, biblioteche, terme, movimento. Nel quartiere dove vivevo, a Hiyoshi, guardando la vita che brulicava attorno la stazione sembrava di essere in pieno centro, altro che periferia. La continua costruzione e distruzione della città consentì che la dinamica dello sviluppo non avvenisse attorno a un centro storico, una piazza (infatti ve ne sono pochissime), ma piuttosto che la vita fiorisse a ridosso dei luoghi più dinamici dove il popolo, non i potenti, si concentrava: le stazioni. Insomma, in Giappone il centro non è un luogo di potere, ma un luogo popolare.

Il successo del modello nipponico suggerisce alcune soluzioni da adottare. È possibile estendere il perimetro virtuale del centro, ad esempio muovendo istituzioni con forte valore simbolico, come Tribunali o Comuni, verso l’esterno. Nell’era digitale la “delocalizzazione” istituzionale è possibile: due edifici non devono essere per forza vicini per scambiarsi informazioni. Promuovere eventi, mostre e festival nei quartieri più esterni (come a Milano nel distretto Ventura-Lambrate durante la Design Week) attrae flussi di persone nelle aree più stagnanti. Le aree si rivitalizzano, diventano nuove “stazioni”. L’ambizione del “Centro” diventa meno combattiva se si rendono le periferie luoghi desiderabili: anche la società di conseguenza diventa più coesa.

- CHI E' L'AUTORE -

Andrea D. Gorni, 24 anni, nato a Cremona, da poco laureatomi in Ingegneria Fisica al Politecnico di Milano, ho vissuto un anno e qualche mese come studente-ricercatore nel campo delle fibre ottiche a Tokyo, in Giappone, esperienza che ha cambiato molto la mia visione del mondo. Il mio obbiettivo è trovare un lavoro che abbia un impatto costruttivo e miglioratore nel mondo, e che promuova sempre più eguaglianza attraverso tecnologia sostenibile.

 

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