I NEET, una generazione in panchina

Serve un percorso per fornire ai giovani formazione specialistica ed aziendale e orientarli al futuro

di Mariachiara Bo*

L’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training) è stato coniato nel Regno Unito alla fine degli anni ’90, tuttavia il suo utilizzo inizia a diffondersi solo a partire dal 2010, quando l’Unione Europea adotta il tasso di NEET come indicatore di riferimento sulla condizione delle nuove generazioni.

A differenza di quelli impiegati in precedenza, tale indicatore non comprende solo i giovani tra i 15 e i 34 anni che sono disoccupati bensì anche quelli inattivi, in cui rientrano sia quanti sono impegnati nella ricerca di un lavoro sia gli “scoraggiati” che hanno smesso di cercarlo.

I dati Eurostat rivelano che in Italia la dimensione del fenomeno NEET è più elevata rispetto alla media europea: secondi solo alla Grecia, noi italiani ci attestiamo intorno al 22%, contro il 13% del resto del vecchio continente.

Il fattore chiave che può spiegare l’eccedenza di NEET in Italia in confronto agli altri Paesi europei è l’inefficienza dell’intero percorso di transizione scuola-lavoro: è infatti evidente la mancanza di strumenti efficaci per supportare i giovani ed orientarli durante la ricerca di un lavoro.

Ad esempio, al termine del ciclo di studi sono numerosi i giovani che si trovano sprovvisti di adeguate competenze e di esperienze richieste, per contro, dalle aziende; altri ancora, pur avendo conseguito un’elevata formazione, non trovano incarichi lavorativi adeguati alle loro capacità e aspettative.

Allo scopo di “riattivare” i NEET, dal 2014 ad oggi l’Italia sta beneficiando dei fondi del Piano Garanzia Giovani, finanziato dall’Unione Europea affinché i Paesi membri possano investire in politiche attive di orientamento, inserimento, istruzione e formazione al lavoro.

Quale risultato di una generazione bloccata, spesso scoraggiata e rassegnata, il fenomeno dei NEET rappresenta indubbiamente un grandissimo spreco di capitale umano, oltre che un costo rilevante sul piano socioeconomico perché dilapida il potenziale delle nuove generazioni; generazioni che dovrebbero invece costituire la componente più preziosa e importante per il benessere di un Paese.

Questa situazione è il frutto di una mentalità che non ha considerato le nuove generazioni come avanguardie del cambiamento ma, al contrario, le ha relegate in panchina, senza dar loro la possibilità di emanciparsi da etichette come quella di “bamboccioni”. Per consentire quindi ai giovani di essere protagonisti del cambiamento è necessario un aumento della valorizzazione del capitale umano, migliorando la qualità dell’offerta formativa, anche in termini di life skills e opportunità di esperienze lavorative, e favorendo una ricerca attiva nel mercato del lavoro.

L’impegno di tutti deve mirare ad evitare una cronicizzazione della disoccupazione strutturale. L’obiettivo deve essere dunque quello di investire e sfruttare questo enorme capitale umano per favorire la crescita dell’Italia attraverso le nuove generazioni. Si tratta di avviare un percorso articolato con il coinvolgimento del mondo della scuola, degli Atenei e delle imprese per fornire ai giovani formazione specialistica ed aziendale (training on the job) ed orientarli al futuro.

- CHI E' L'AUTRICE - 

*Mariachiara Bo, studentessa al terzo anno della laurea in Matematica per la Finanza e l’Assicurazione all’Università degli Studi di Torino e Junior Allieva presso il Collegio Carlo Alberto; è membro del direttivo di Neos Magazine; per ampliare le proprie competenze nel campo della Business Education attualmente frequenta un programma di formazione presso la Scuola di Alta Formazione al Management; nel 2014 ha partecipato al Parlamento Europeo degli Studenti.

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