Diario da Gaza - 19 LUGLIO - L'inferno dell'obitorio di Gaza, ressa e orrore

Le testimonianze di sopravvissuti e soccorritori

19 LUGLIO - L'inferno dell'obitorio di Gaza, ressa e orrore - In uno stanza soffocante del centro medico al-Shifa di Gaza si concentra lo strazio e si distilla l'orrore provati dalla gente della Striscia in queste due settimane di combattimenti. E' il posto dove vorresti che le gambe non ti portassero mai. Ma e' anche il luogo dove necessariamente occorre farsi forza ed entrare se un congiunto o un vicino e' rimasto ucciso. E' l'obitorio cittadino, con le sue 20 celle frigorifere ormai del tutto insufficienti alle esigenze, specialmente dopo gli ultimi giorni di combattimenti in cui almeno altre 150 persone sono rimaste uccise. All'ingresso sono esposti fogli che indicano, in termini generici, chi dovrebbe trovarsi in quel preciso momento in questo girone infernale. Ma l'atmosfera, in una calca senza pause, e' convulsa: per un cadavere che viene prelevato, altri subito se ne aggiungono. Il registro aggiornato mezz'ora prima, mezz'ora dopo appare superato. Le descrizioni sono approssimative. Se i soccorritori sono riusciti a prendere nota del nome di famiglia delle vittime, e' un primo passo avanti. Altrimenti bisogna accontentarsi di descrizioni sommarie: ad esempio, il rione o la strada dove il corpo e' stato prelevato. Ma poi inizia la pratica di riconoscimento vera e propria: una esperienza che fa gelare il sangue nelle vene. Spesso si verificano svenimenti. Una equipe medica si tiene pronta a intervenire. Nell'obitorio vero e proprio, un locale angusto e affollato, vengono fatti entrare i congiunti mentre attorno spesso sostano fotogiornalisti decisi a riprendere il momento preciso del riconoscimento. Non c'e' tempo per il dolore, non c'e' intimita' per lo strazio. Qui letteralmente si tocca la morte con la mano. Nella ressa occorre aprire un frigorifero dopo l'altro, tirare a se' la barella, esaminare i resti umani che vi sono deposti. Non c'e' spazio per incertezze e titubanze, ne' per metabolizzare l'orrore. Quelli sono attimi decisivi. 'Sì o no ?', chiedono con uno sguardo gli infermieri. Ci sono corpi carbonizzati. Corpi smembrati. Uomini e donne, vecchi e bambini. Se il cenno della testa e' positivo, l'equipe fara' immediatamente sottoscrivere alcuni fogli e consegnera' il cadavere senz'altro indugio, per liberare cosi' una cella frigorifera e depositarvi la prossima vittima. ''Se almeno non ci fossero le telecamere'', dicono in molti. Le immagini dei loro cari saranno poi 'date in pasto' su Facebook. ''Ma dove e' finito - si domandano alcuni - il rispetto per i defunti?''. Da parte sua la agenzia di stampa al-Ray scrive che i cadaveri vengono fotografati e schedati nella previsione di rivolgersi un giorno alla Corte penale internazionale. Si intendono documentare ''i crimini di guerra'' perpetrati, secondo Hamas, da Israele e dai suoi leader. Anche l'equipe medica e' ormai traumatizzata. Un infermiere dice all'ANSA che dall'inizio del mese ha perso 12 chili. ''Non riesco piu' a mangiare'', confessa. ''Anche di notte, al termine delle ore di digiuno del Ramadan, non posso inghiottire un solo boccone''. Qua occorrerebbe assistenza psicologica urgente. Ma nelle condizioni attuali e' chiaro che non e' in arrivo per loro alcun aiuto. ''Se c'e' un inferno - conclude uno degli addetti - non deve essere molto diverso''.

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