Il Far East: the final frontier

Dei nove distretti amministrativi che comprendono la Federazione Russa, l’Estremo Oriente - Dalnivastochnii Federalnii Okrug - è il più vasto e il meno popolato: poco più di sei milioni di persone abitano questo enorme spicchio di mondo, giudicato da molti (e non a torto) come l’ultima vera “frontiera”.

Un pezzo di Russia - le gambe del paese, solidamente piantate in Asia - che dal crollo dell’Unione Sovietica ha visto la sua già magra popolazione contrarsi, gli standard di vita calare, e tutto questo proprio mentre i vicini di casa innestavano la quinta marcia. La Cina su tutti, ovviamente. Col dragone il rapporto è stretto - e per forza, visto i migliaia di chilometri di frontiera condivisa - non solo per una ragione geografica. Fin dai tempi dell’impero russo, infatti, la città di Harbin è stata casa per molti sudditi dello zar: qui c’era il quartier generale della società responsabile per la costruzione della Ferrovia Cinese Orientale, di fatto una continuazione della Transiberiana.

Ecco, il Far East è diventato il Far West di Putin, la regione su cui puntare per sviluppare la Russia del nuovo millennio. Un progetto che inizia a decollare davvero nel 2013, quando Alexander Galushka - giovane stella nascente della politica russa e protegé del presidente - viene nominato Ministro per l’Estremo Oriente.

«Lo sviluppo del Far East è la missione della nostra generazione, il nostro compito storico», ha detto in una recente intervista a Russiska Gazieta.

Il piano per passare dalle parole ai fatti prevedeva la creazione di distretti di sviluppo a statuto speciale a l’istituzione del porto franco di Vladivostok. E il 2015 è stato l’anno in cui le promesse sono state mantenute. «Il governo ha creato i 9 territori per lo sviluppo avanzato, ha dato a Vladivostok lo status di ‘free port’ e ha stanziato 20,5 miliardi di rubli per la creazione delle infrastrutture necessarie», dice Galushka.

Il meccanismo creato nel corso dell’anno prevede il sostegno statale a progetti giudicati compatibili con il piano di sviluppo immaginato per il distretto - così da creare un’integrazione virtuosa tra fondi pubblici e investimenti privati. Secondo il ministro, nell’anno appena trascorso sono già stati selezionati sei progetti per un controvalore di oltre 126 miliardi di rubli: lo Stato ne ha messi sul piatto 13,8 per finanziare le infrastrutture necessarie. La seconda fase prevede un altro giro di investimenti privati (365 miliardi di rubli) in altri sei progetti con un contributo pubblico di 31 miliardi. Non solo. Il 2015 è stato l’anno in cui il Fondo di Sviluppo per l’Estremo Oriente ha iniziato a funzionare mentre lo scorso 17 dicembre è stato creato il Fondo Russo-Cinese per l’agricoltura. «In tutto - assicura Galushka - solo nel primo anno sono stati investiti quasi mille miliardi di rubli, 76 iscritti al bilancio statale e 916 da capitali privati». Il che equivale a una leva di 1 a 12.

Numeri importanti ma, come tutti i numeri, aridi. Che si cela davvero dietro la corsa a oriente? Che tipo di progetti stanno sorgendo in quell’angolo sperduto di pianeta? Qualche dato lo dà la Far East Development Corporation. A Khabarovsk - la città più importante dopo Vladivostok - cinque società contano di costruire una linea di produzione di isolanti termico-acustici, un impianto metallurgico, un complesso di serre per la produzione di verdure h24, un parco industriale Avangard e un centro logistico. In Kamchatka si punta invece alla costruzione di un porto, di alcuni centri industriali ma soprattutto infrastrutture dedicate al turismo.

Detto questo, è innegabile che l’attenzione maggiore l’attragga il progetto del porto franco. Il masterplan prevede un moderno centro di produzione agricola, aree turistiche e di svago, illuminazione al led, un centro logistico, un impianto di riprocessamento di copertoni usati, macchinari a basso impatto energetico, un hotel e un complesso residenziale nel villaggio di Slavyanka. Fin qui ‘l’hardware’. Il software prevede invece gli immancabili sgravi fiscali su edifici e profitti, una zona duty-free, procedure di ispezioni doganali centralizzate, dichiarazione digitale delle merci, procedure visti semplificate ottenibili direttamente in loco e una zona franca speciale dove beni di lusso, arte e antiquariato possono essere stoccati e contemporaneamente condurre attività prevendita, incluso mostrare la merce ai potenziali clienti. Insomma, tutto ciò che di ‘smart’ può venire in mente per competere con l’Oriente e attrarre investimenti.

«I territori del distretto orientale interessano ai cinesi ma anche ai giapponesi e ai coreani», spiega ancora Galushka. Ed è normale che sia così, visto che stiamo parlando di paesi densamente popolati dove i terreni iniziano a scarseggiare o costano un occhio della testa. Però, per evitare - o quantomeno contenere - scenari a La giornata di un opričnik, il romanzo distopico in cui Vladimir Sorokin immagina una Russia che parla una lingua imbastardita dal cinese (mentre, ricordiamolo, al Cremlino vive un imperatore e un muro la separa dai suoi vicini occidentali malefici), il governo sta per varare la ‘politica dell’ettaro’. Ovvero regalare a ogni cittadino russo un ettaro di terreno nell’Estremo Oriente, partendo dai residenti del distretto. «Per la prima volta in tanti anni - conclude Galushka - è stata registrata una crescita nella popolazione orientale: se riuscissimo ad aggiungere 2-3 milioni di residenti sarebbe fantastico».

La Cina, dal canto suo, sta già investendo - attirando fra l’altro quattrini russi - per intercettare la nuova vitalità del Far East. I cantieri si sono aperti ad esempio nel distretto di Qiqihar, nel dicembre scorso, per dar vita a un grande centro di distribuzione di prodotti agricoli sia russi che cinesi. «Quando termineremo - ha detto Zhang Chunjiao, capo dell’Associazione per l’Economia Applicata della provincia di Heilongjiang - aprirà i battenti il più grande hub di distribuzione di prodotti agricoli della Cina». Il partner russo non è stato ancora rivelato ma si sa che sono stati investiti 650 milioni di yuan, da entrambi i lati della frontiera. In tutto ci vorranno tre anni. Al termine sorgerà un centro capace di movimentare 30mila tonnellate di frutta e verdura all’anno - raggiungibile entro 24 ore da e per Khabarovsk. Oltre 18 milioni di potenziali consumatori russi beneficeranno della struttura.

Se poi pomodori e zucchine non figurano molto in altro nella scala della sexyness imprenditoriale, basterà aggiungere che Mosca nel 2012 ha deciso di costruire proprio nell’Estremo Oriente, nella regione di Amur, il cosmodromo di Vostochny, oltre 700 chilometri quadrati di strutture nuove di zecca per garantire alla Russia l’accesso allo spazio profondo e ridurre la sua dipendenza dal glorioso - quanto vetusto - spazioporto di Baikonour, situato in Kazakistan. Il primo lancio sarebbe dovuto avvenire il 25 dicembre 2015 ma i lavori hanno avuto dei ritardi. La condizione dell’erario è tale da non poter garantire che i finanziamenti arrivino come promesso: dunque il lancio della prima Soyuz orientale dovrà probabilmente attendere - al momento è previsto per il prossimo 25 aprile, ma i cosmonauti non partiranno prima del 2018.

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