Marchionne, il manager duro che ha salvato Fiat

Dallo scontro con Fiom e Confindustria alla fusione con Chrysler

Qualcuno era pronto a scommettere che alla fine, nel 2019, non sarebbe andato via perché era difficile immaginare per Fca un 'dopo Marchionne'. Ma lui, il manager filosofo che nel 2004 ha saputo gettarsi in un'impresa impossibile, salvando la Fiat dal fallimento e risanandola, ha lavorato fino all'ultimo per mettere a punto i piani del futuro. Il primo giugno li ha illustrati a Balocco, in una giornata lunga e faticosa, che non lasciava presagire quanto è accaduto. Nato a Chieti 66 anni fa, figlio di un maresciallo dei Carbinieri, Sergio Marchionne ha lasciato, in anticipo sulla tabella di marcia prevista e sempre confermata, le redini di Fca, Cnh Industrial e Ferrari. Un uomo capace di fare scelte impopolari, protagonista del duro scontro frontale con la Fiom, negli stabilimenti e nelle aule dei tribunali, sul nodo della governabilità delle fabbriche contro assenteismo e microconflittualità diffuse.

Una condizione per investire a Pomigliano e poi a Mirafiori, dove la maggioranza dei lavoratori approva gli accordi. Un altro fronte, destinato a ridisegnare le relazioni industriali, Marchionne lo apre con Confindustria annunciando a fine 2011 l'uscita dall'associazione. Una decisione clamorosa perché all'inizio del '900 la Fiat era stata uno dei suoi soci fondatori. Studi in Canada (tre lauree in Filosofia, Economia, Giurisprudenza e master in Business Administration), domicilio in Svizzera, dove abita l'ex moglie, due figli, Marchionne, l'uomo dal maglioncino nero, ha vissuto gli ultimi anni tra Torino e Detroit, guidando la 'rivoluzione' che ha portato in Borsa Cnh Industrial e Ferrari. A Maranello, dove ha preso le redini della Rossa nel 2014, sarebbe dovuto rimanere fino al 2021, due anni ancora dopo l'addio a Fca.

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